Cinema

Documentario, I love you. Parla la Comencini

La regista Francesca Comencini a Varese

Un pubblico giovane attento e molto folto ha ascoltato oggi pomeriggio la lezione di cinema di Francesca Comencini, la regista che ha concluso la prima edizione di Cinefesta, la manifestazione organizzata con successo dall’associazione Amici di Piero Chiara e dai Cortisonici, i quali martedì taglieranno il nastro del tradizionale appuntamento con il corto.

Di ritorno dal Festival di Berlino, la regista ha ripercorso il suo itinerario personale, raccontando dal di dentro il mondo del cinema, sollecitata dalle domande e dalle curiosità di Mauro Gervasini. Per quanto riguarda il film “A casa nostra”, proposto all’interno di Cinefesta, la Comencini l’ha definito “un film che morde sul presente, come il cinema italiano spesso non fa”. Ha poi aggiunto: “Un film duro, che nasce dall’indignazione, un film che alla Festa di Roma è stato duramente contestato”. Ha rivelato che la prima scena, quando i protagonisti parlano di piatti in un ristorante, è stata rubata, cioè ripresa all’insaputa degli attori.

Un cinema, quello di Francesca, molto attento all’attualità, ma mai scevra da storie personali, spesso storie private. E’ il caso del documentario “Carlo Giuliani, ragazzo”, ma anche del film “Mi piace lavorare (Mobbing)” con la Braschi. “Prima di iniziare a girare, ho intervistato diverse vittime di mobbing presso lo sportello creato a Roma dalla Cgil”. Ma alla fine, la regista non ha optato per il documentario, come nei progetti originari, ma per un film di finzione. “Un documentario non si prestava per raccontare storie tanto private e delicate”.

Essere una regista donna continua ad essere una difficoltà in più. “Le prime registe, come la Wertmuller e la Cavani, dovevano spesso assumere un atteggiamento molto maschile. Ora invece è possibile per me essere ferrea, ma continuare ad essere me stessa”. Ma certamente non è questa l’unica difficoltà per fare cinema oggi. “Il cinema in Italia lo pagano Rai Cinema o Medusa, e quindi c’è un duopolio con una comune idea di cinema. Chi fa film indipendenti, con poche risorse, fa un vero miracolo”.

Quale la vera passione di Francesca Comencini? Il documentario di narrazione. “Un documentario che racconti storie di vita, un genere molto vivo in Francia, molto meno in Italia”. Tuttavia fare documentari resta una cosa piuttosto impegnativa. “Ci si brucia di più, l’incontro con l’altro è fortissimo. Eppure, nonostante questo, è il tipo di cinema che preferisco”. Tra i registi più amati, sul fronte dei documentari, il regista Pietro Marcello che ha firmato “Il passaggio della linea” o la pellicola “La bocca del lupo”, tra due settimane in programmazione a Varese, nella sala di Filmstudio ’90.

Ma l’idea di cinema di Francesca Comencini è quella di un cinema aperto “capace di comprendere molte cose diverse, di mettere insieme molte prospettive: come i popoli che si chiudono, anche il cinema, quando si chiude, non va bene”.

13 marzo 2010
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