Varese

Montaldo: il cinema italiano? E’ orgoglioso e ce la farà

Il regista Giuliano Montaldo

Ha viaggiato sul medesimo treno con Tinto Brass e la sua “Musa ermeneutica”, la bella attrice Caterina Varzi. Ma non se ne è accorto fino alla stazione di Milano, quando Maurizio Fantoni Minnella, uno dei responsabili dell’associazione Free Zone, che aveva avuto Brass come ospite al Miv, non li ha fatti incontrare. A quel punto il regista Giuliano Montaldo e signora, salutato il regista più trasgressivo d’Italia, sono stati condotti a Varese, dove al Miv era in programma il documentario di Montaldo, “L’oro di Cuba”. Una pellicola che faceva parte del cartellone “Documentari in corso”.

Alto e imponente, il regista amico di Gian Maria Volontè e complice del regista Nanni Moretti (per lui Montaldo interpretò un brillante cammeo nella pellicola “Il Caimano”) si siede nel salottino del multiplex varesino. E con ineffabile signorilità, risponde cortesemente alle domande dei giornalisti.

Quale l’obiettivo di questo documentario cubano?

Ho raccontato cinquant’anni di questa utopia o avventura. Una storia che dice come, abbattuti molti muri, crollati i socialismi reali, profondamente cambiata la Cina, questa isola resista. Si può dire che il vero oro di Cuba sia l’amore dei cubani per la loro terra.

Quale il suo personale giudizio dà su Cuba?

Credo che la sanità, la cultura, il cinema, la musica, lo sport, la ricerca siano realtà innegabili. Poi, però, manca la materia prima, dall’aspirina alle candele per l’auto.

Come è nato questo documentario?

Per ben due volte avevo rifiutato, pentendomene, di andare alla scuola di cinema fondata da Zavattini.  A differenza di Pontecorvo, Spielberg, Coppola, non c’ero mai stato. Quindi mi era rimasto un desiderio di conoscenza, una voglia di verificare di persona i racconti degli amici. Con questo documentario il mio desiderio si è realizzato.

Come giudica lo stato di salute del cinema “made in Italy”?

Quando iniziai ad occuparmi di cinema, negli anni Cinquanta, un macchinista mi disse di lasciar perdere, era tempo sprecato, il cinema era in crisi. Una parola che è stata sempre ripetuta. Eppure c’è sempre stata una reazione orgogliosa e forte dei nostri cineasti ad inventare generi nuovi, dal peplum agli spaghetti western, fino alla commedia all’italiana. Ora la situazione si è fatta più difficile, con i tagli indiscriminati e con politici interessati solo alla tv.

Qualche bel film degli ultimi tempi?

Mi sono piaciuti l’ultimo film di Virzì, “La prima cosa bella”, o anche l’ultimo Verdone, “Io, loro e Lara”. Si ha la sensazione che sia tornata la voglia di riallacciare il dialogo con il pubblico.

Tv e cinema: un rapporto destinato a svilupparsi in un patto o in una guerra continua?

Ho lavorato per la tv quando ho realizzato il mio “Marco Polo”. Credo che si debba puntare decisamente alle co-produzioni internazionali, si deve pensare in grande. Certe barriere culturali rivelano una inaccettabile ottusità. Chi vuole pensare unicamente al proprio mercato e al proprio palinsesto, sbaglia parecchio. Non si capisce perché si debba globalizzare tutto, ma non le arti visive. Un modo di ragionare che è una vera follia.

12 marzo 2010 Andrea Giacometti direttore@varesereport.it
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