Alice in Wonderland, baedeker per Burton-maniaci

Tim Burton deve avere dei seri problemi a delineare il significato della parola “pazzo”, dal momento che nel suo ultimo film, Alice in Wonderland, tutti si dichiarano tali (quasi esorcizzando la stessa follia), ma nessuno compie niente di pazzesco. Il Mad Hatter si limita a ripetere la stessa frase indovinello: “Lo sai cos’hanno in comune un corvo e una scrivania?” più con un tono supplichevole che svitato; il Leprotto bisestile lancia gli oggetti per aria e il Ghiro dalla voce da Topina di Cenerentola infilza i bulbi oculari altrui.

Alice appare sin da bambina con un incarnato dalla tinta grigio rigor mortis e il Paese delle Meraviglie fa la sua prima comparsa sulla bocca della ragazzina come Incubo ricorrente (Tim Burton non si tradisce mai) che le fa temere un destino volto alla follia (ancora; ma quando mai i sogni non sono assurdi?).

Alice si porta dietro questo incubo lungo tutta l’adolescenza, però pare più attratta da esso che angosciata (nonostante le vistose occhiaie che una vita-con-incubi le ha procurato), visto che lo utilizza come Altrove desiderato non appena la vita reale si rende fastidiosa.

Il paese delle meraviglie, la cui via d’accesso rimane il classico rabbit hole, da luogo-non luogo dell’inconscio, a metà fra l’interno della quinta e l’esterno del labirinto, si trasforma in una Terra di Mezzo alla Tolkien con tanto di creature iperdentate e dalla lingua viperina, saltate fuori non si sa da dove (Avatar? King Kong? Harry Potter? Di sicuro non la Storia Infinita, sarebbero state più belle), nonché portatrici di nomi improbabili: Graffiacane, Draghignazzo, Farfarello e Rubicante Pazzo, ah no, quelli erano i diavoli della Commedia…

Stride poi, quasi come le unghie su di una lavagna, il fatto che tutti i personaggi siano tra loro in rapporti da Bar Sport, per non dire squadra di calcio, Stragatto con Cappellaio, Pinco e Panco con Ragina Bianca (la volteggiante). Per non parlare dello schieramento bellico su campo-scacchiera che vede opposti, da un lato carte di cuori, dall’altro pezzi degli scacchi (che gioco mai si vorrebbe simulare? L’anarchia ludica?).

Sotto l’aspetto temporale, il Paese delle meraviglie cessa la sua condizione eccedente-cronos per assumere l’aspetto di regno dell’attesa desolata; nelle sterminare lande disidratate e incenerite il gruppuscolo dei personaggi aspetta impaziente, ma anche attanagliato dall’inedia, il ritorno di quell’Alice che sola potrebbe spodestare la Regina Rossa (di cuori) per lasciar insediare la Regina Bianca (di scacchi); per fare ciò occorre necessariamente sgozzare il Draghignazzo (Ciciarampa) di proprietà della Regina Rossa.

Il contrasto tra regine sorelle, una “cattiva” e l’altra “buona”, una nana idrocefala e l’altra sgambettante sulle punte con labbra da cardiopatica, resta anch’esso ambiguo; la Regina Rossa di Cuori vive in un castello dove ogni cosa ha un aspetto cardiomorfico ma almeno vivo, lussureggiante, come se un’ipertrofia di vita conducesse alla morte violenta (i sassi del fossato sono le teste mozzate col famoso: “Tagliategli la testa!”); la Regina Bianca di Scacchi, la buona, vive in una reggia marmorea e sterile, lunare, di vita morta prima d’essere vissuta, “devota e silenziosa incede su tappeti di stelle” direbbe di lei Nietzsche. Insomma, allo spettatore questo contrasto con guerra, detronizzazione ed esilio della Regina Rossa pare davvero l’unica soluzione per il trionfo del bene? Tim Burton vorrebbe farlo credere dati i continui sentimentalismi dei personaggi vincenti (mancava solo, e di poco, la love story tra Alice e Cappellaio), ma vincere e attendersi un futuro con la Regina Bianca dei Fastasmi come sovrana non parrebbe allettante per nessuno credo.

Difatti, per esultare, Cappellaio-Johnny Depp si cimenta in un’imbarazzante disco dance che fa desistere perfino Alice dal restare per sempre nel Paese delle Meraviglie.

Tornata dal rabbit hole, Dead Alice si ritrova saggia e pronta a dispensare consigli, alla decrepita zia zitella: “Zia Hymogen, il tuo principe è un’illusione, dovresti parlarne con qualcuno”, ovvero “fatti vedere da uno bravo (anche se Freud è ancora alle elementari)”.

Grazie Tim, almeno con il tuo Dead Alice possiamo sperare che anche altri registi vogliano portare Carroll sul grande schermo.

4 marzo 2010 Viviana Faschi redazione@varesereport.it
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