Sindacato

Cgil Varese racconta una provincia “united colors”

Il medico-scrittore Kossi Komla Ebri

Braccia o persone? Questo l’interrogativo che ha guidato la tavola rotonda prevista ieri in chiusura della prima giornata congressuale della Cgil di Varese alle Ville Ponti. Un interrogativo su quale si sono confrontati sindacalisti varesini, esponenti del mondo della scuola, ma anche il segretario regionale, Nino Baseotto e Kossi Komla Ebri, medico-scrittore, ma soprattutto acuto osservatore delle dinamiche che scattano quando la pelle è scura.

Il confronto si gioca tra immagini (tratte dai filmati visibili sul portale di Cgil Lombardia) che raccontano la vita dei polacchi raccoglitori di pomodori e dei migranti nell’odissea del deserto libico, e numeri che descrivono un Varesotto mondiale sì, ma tutt’altro che invaso dagli stranieri “In Italia gli stranieri sono il 7,9% della popolazione – ha detto Ivano Ventimiglia, funzionario della Cgil varesina che sta conducendo uno studio sull’argomento –. Di questi un quarto risiedono in Lombardia ed il Varesotto vede la presenza del 6,3% di tutti gli stranieri residenti in regione”. Sono 62mila gli stranieri residenti nel Varesotto e le stime parlano di una percentuale di irregolari pari all’11% (contro una media nazionale del 14%). “Se poi si guarda ai flussi migratori verso la nostra provincia – dice Ventimiglia – si scopre anche che la maggior parte dei nuovi residenti non arrivano dall’estero, ma sono italiani”.

Insomma il Varesotto continua ed essere un polo di attrazione per molti in cerca di opportunità. Altro dato che emerge dalla ricerca, quello che restituisce l’immagine di persone competenti (il 59% degli immigrati ha un diploma o una laurea), spesso occupati in lavori che non tengono conto di ciò (il 53% degli immigrati risultano inquadrati in mansioni poco qualificate). Un Varesotto mondiale e multietnico colto anche da Jacques Ammanì, responsabile immigrati per Cgil Varese. “Tra le tante attività che svolgiamo – racconta – ci sono anche quelle nelle scuole per favorire la vera integrazione e anche la formazione rivolta agli stranieri perché conoscano la storia di questo Paese”.

Capitoli fondamentali che ritornano nelle parole di Kombla Ebri che in Italia ha posato la sua valigia 35 anni fa, ha studiato a Bologna, ha conosciuto tutto dell’Italia e quando cammina per strada non vorrebbe sentire più la parola extracomunitario. “Quando in ospedale indosso il camice bianco – dice – questo mi sbianca un po’ anche la pelle e allora il ruolo che ricopro mi dà una diversa dignità rispetto a quando salgo sull’autobus e mi sento osservato”. Ma il suo sguardo è rivolto soprattutto alle generazioni future, la vera scommessa per questo Paese. “La vera integrazione è l’interazione delle nostre diverse identità – dice –, se i bambini di oggi arrivando nel mondo del lavoro si sentiranno rifiutati, allora potrà succedere anche qui quello che è accaduto nelle periferie francesi”.

3 marzo 2010
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