Cultura

Fiori di carta di Sardella, quando la poesia è necessaria

Il poeta Sandro Sardella (foto di abramo e i di fretta)

Bisognava farci i conti, prima o poi. Era inevitabile che qualcuno buttasse il cuore al di là degli ostacoli e offrisse ai pochi (pochissimi) lettori di poesia un ragionevole compendio della sua opera. E così la neonata collana “Segnali” delle edizioni abrigliasciolta (leggi Ombretta Diaferia e Alessandro Gianni) hanno appena chiuso in tipografia un aureo libretto dedicato a quel multi-autore che risponde al nome di Sandro Sardella, con il bel titolo “Fiori di carta”. Poetartista. Creativo a 360 gradi. Provocatore culturale. E molte altre cose ancora (la definizione che più mi piace è poeta operaio, se non mi ricordasse così tanto Berlusconi).

Questi “lacerti incerti”, questi “petali di Sandrino”, come scrive, in apertura, Pablo Echaurren (al quale tanti, come me, dobbiamo tanto), descrivono una parabola creativa vertiginosa, che Sandrino ha affidato, nel corso degli ultimi dieci anni, a foglietti, cartine, cartoline, volantini, materiale povero e spesso riciclato, al quale affidare preziosi bagliori sul mondo e su noi stessi. Ora abrigliasciolta ha raccolto parte di questa creatività nomade (non a caso una delle prime citazioni riguardano l’ebreo errante Jabès, poeta smisurato).

Un libro necessario, questo, ancora fresco di stampa, che ha molto la consapevolezza di un rispetto dovuto all’autore che, generoso, affida a queste pagine qualcosa di unico e irripetibile.

Nessun numero a piè di pagina, una copertina paglierina fintamente umile con un disegnino del grandissimo Franco Matticchio, due foto intense uscite dagli obiettivi di Riccardo Ranza e di Mario Chiodetti (uno consapevole dei prezzi che costa la qualità nel nostro brutto mestiere), segni in libertà di Corrado Levi. E le parole profonde di Gisa Legatti.

Ma, per carità, non prendiamoci troppo sul serio. E domandiamoci, con Sandrino, se sapremo mai “fare delle nostre passioni un grande sbadiglio?”. Bella domanda. Speriamo di sì, ci sarebbe da rispondere. Senza, tuttavia, dimenticare un altro lacerto del libro “Fiori di carta”: “incrementare i disprezzi/ affilare la critica/ apparire sospetti”. Ma siamo ancora a Varese?

20 febbraio 2010 Andrea Giacometti direttore@varesereport.it
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