Gallarate

Ambrosoli, mio padre un esempio per l’Italia di oggi

Il libro edito da Sironi

“Pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese […] Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo”. Sono le parole che Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, il commissario liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona ucciso a Milano nel luglio del 1979, ha rievocato mercoledì sera a Gallarate durante un meeting interclub dei Rotary “Malpensa” e “Ticino”. “Qualunque cosa succeda”, infatti, è il titolo del libro (Sironi editore, 2009) che trent’anni dopo l’omicidio il più giovane dei figli ha voluto tributare al genitore, sottolineando come quello che “non era un uomo delle istituzioni” aveva accettato per “onestà, integrità e senso dello Stato” un incarico che gli avrebbe comportato dei rischi. Così scriveva alla moglie in una sorta di testamento poco tempo dopo il 1974 – Umberto aveva soltanto tre anni e mezzo – quando iniziò le indagini che lo portarono a scoprire il sistema politico-finanziario, corrotto e letale, che si era creato intorno al banchiere e faccendiere siciliano Sindona.

Umberto Ambrosoli

“Papà – ha sottolineato – credo abbia agito spinto dall’amore disinteressato verso l’Italia e dalla volontà di costruire un Paese in cui crescere i suoi figli”. Per questo, tanto più al giorno d’oggi in cui si evoca continuamente una tangentopoli che prima di Mani pulite “era già in vigore negli anni Settanta”, bisognerebbe prenderlo a modello. Ambrosoli “senza omologarsi, piegarsi ed essere ricattato” si oppose, insieme a pochi altri, sacrificando la propria vita, ad un avvocato, Sindona, che dal nulla aveva creato un impegno finanziario “nel disprezzo delle regole” e che, “quale bancarottiere latitante negli Stati Uniti”, voleva venisse coperto con soldi pubblici il buco da 270 miliardi di lire delle sue società. Dopo cinque anni di attività fu eliminato fisicamente dai sicari inviati dalla persona che voleva fermare. “Questa storia – ha detto – appartiene a tutti noi”, non solo perché “quel contesto ha tante analogie con il nostro presente” quanto per l’esempio etico e morale che ha dato. Non straordinario, ha concluso, ma “alla portata di ciascuno”. Un “eroe borghese”, appunto, come l’aveva chiamato lo scrittore Corrado Stajano.

19 febbraio 2010
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