Varese

L’”Haiti Chérie” di un varesino con l’isola nel cuore

Silvio Faschi nella sua casa di Varese

Quando si ha un Paese nel cuore, legati ad esso per vincoli di sangue, storia famigliare, lunghe amicizie, la sua sofferenza diventa insostenibile, e allora si è presi dalla voglia di accorrere, dare il proprio aiuto, una spinta forte, profonda, che è impossibile ignorare. E’ il desiderio che prova anche Silvio Faschi, nato ad Haiti, ma che dall’età di 17 anni vive nella nostra provincia. Se si parla di Haiti a questo dinamico ultrasessantenne, la sua mente vola lontano, corre indietro, alla ricerca di quella bellezza incantevole trattenuta dalla memoria, ma tragicamente violentata dalla forza della natura solo un mese fa.

“Non sono un medico, non sono un infermiere – spiega Faschi -, ma parlo la lingua della maggioranza degli haitiani, il creolo. E dunque posso tornare utile sul fronte degli aiuti: sono in contatto con una ong milanese e attendo di partire per Haiti”. Una lunga carriera manageriale in ambito bancario alle spalle, una grande passione per la formazione dei giovani (fa parte di Sodalitas, la realtà di Confindustria che si dedica al non profit), una bella famiglia che vive con lui nell’accogliente casa di Varese. Eppure la vita passata ad Haiti con l’intraprendente papà, diplomatico e poi imprenditore, nato a Brebbia, e la mamma, di origini haitiane, che lo ha seguito a Varese, è il dolce retrogusto di ogni sua parola, di ogni suo ricordo.

Un  ricordo che evoca una lontana dimora signorile, una vita da privilegiato nell’isola, personale di servizio in casa. “Mio padre era severissimo con noi figli: massimo rispetto per chi lavorava per noi, e che spesso divideva la nostra stessa tavola”. Un’educazione rigorosa, quella di Silvio, che avviene in un’isola incantevole e poverissima, calda e piena di contraddizioni. “Mio padre era chiamato il grande bianco e io, a scuola, il piccolo bianco”. Ma poi un’improvvisa nostalgia si impadronisce del papà: nostalgia delle origini a Brebbia, voglia di odori di casa, di squarci di lago, di nebbia acre. E tutta la famiglia lascia Haiti. Con tanti ricordi e diverse sculture in legno molto suggestive. Oltre ad un tamburo utilizzato per i riti Vudu, che ora sta quieto e inoffensivo in un sottoscala.

Qui la vita è tutta un’altra cosa. Scuola Europea, corsi serali di ragioneria, un’invidiabile puntatina nella Parigi del maggio ’68 (“sento ancora una manganellata sulla schiena”), e poi il lavoro in banca, al Credito Varesino. Silvio vive la sua vita, “mette su” famiglia, con due gemelle che gli danno molte soddisfazioni, fa una grande carriera, va in pensione e si dedica a formare i giovani nelle scuole. Ma poi arriva la tragedia, un mese fa, notizie che in pochi secondi fanno il giro del mondo, vittime e miseria sulle prime pagine a causa di un terremoto che in un istante distrugge migliaia di case, di chiese, di vite innocenti. Silvio si tiene sempre al corrente di ciò che accade, soprattutto attraverso i media francesi, a volte grazie a qualche telefonata. Un vero calvario per uno come lui, che della famosa canzone “Haiti chérie” di Harry Belafonte potrebbe fare la colonna sonora della sua vita.

Silvio parla di una cugina che è riuscito a trovare nell’inferno di Haiti dopo lunghe ricerche. Parla dei crolli (“della cattedrale della capitale Port-au-Prince è rimasta in piedi solo la facciata”), delle morti di tanti bambini, dei cadaveri ancora in giro. Ma soprattutto parla del sorriso della gente di Haiti: povera, disperata, ma serena. E poi l’incubo che sta per arrivare con l’imminente stagione delle piogge. “Mi domando ogni giorno cosa accadrà di tanti orfani, di tanta gente che non ha più una casa, non ha più nulla”. Per Faschi la ricostruzione sarà lunga e faticosa, difficile per le condizioni di povertà così diffuse.

Eppure tutto deve ricominciare. Magari sostenuto anche da iniziative come quella organizzata a Varese da Giulio Rossini con il suo Filmstudio ’90, che ha proposto “Haiti Chérie”, il film di Claudio Del Punta tutto parlato in creolo, in un pomeriggio che aveva come obiettivo la raccolta di fondi per Medici senza frontiere. Alla visione del film è intervenuto anche Faschi, raccontando, raccontandosi. Un dovere di testimonianza che lui assolve, sempre, con la sofferenza di non essere là. Tra i suoi amici haitiani, per aiutarli a trovare un nuovo futuro.

17 febbraio 2010 Andrea Giacometti direttore@varesereport.it
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