Varese

Fiori per Calogero Marrone, eroe varesino dimenticato

La targa nella piazzetta dietro il Liceo Musicale

Questa mattina, nel silenzio di tutti, un gruppo di amici che coltiva la memoria di Calogero Marrone, capo dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Varese, un grande italiano che diede la vita per salvare quella di decine di ebrei e antifascisti ricercati dalle autorità della Rsi e dell’occupante germanico, ha deposto sulla targa, nella piazzetta che porta il suo nome, alle spalle della sede del Liceo Musicale, un mazzo di fiori. Erano presenti Ibio Paolucci e Franco Giannantoni, autori del libro “Un eroe dimenticato” (Arterigere, 2002) e gli editori Carlo Scardeoni e Mario Chiarotto per i cui tipi venne pubblicato il volume.

Sessantacinque anni fa, il 15 febbraio 1945, “quando stava spuntando l’alba della libertà”, moriva di stenti nel campo di sterminio nazista di Dachau, Calogero Marrone dal 1931 capo dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Varese. Era nato a Favara in provincia di Agrigento l’8 maggio 1889. Aveva moglie e quattro figli. Domenico, il figlio minore, vive a Varese.

Marrone era stato arrestato il 7 gennaio 1944 da due ufficiali del Comando Tedesco della Polizia di Frontiera nella sua abitazione di via Mario Chiesa 14 (oggi via Sempione) dopo che il 31 dicembre 1943 il podestà repubblichino di Varese Domenico Castelletti con “lettera riservata” lo aveva informato di indagini in corso sul suo conto da parte della Confinaria tedesca, sospendendolo immediatamente dalle funzioni ed invitandolo a rimanere a disposizione “per chiarimenti od altro sia al Comune sia al Comando Germanico Addetto”.

Calogero Marrone malgrado fosse stato avvisato tre giorni prima di un possibile arresto da parte del coraggioso canonico di San Vittore don Luigi Locatelli (che nell’aprile del 1945 tratterà per conto del Cln la resa nazista) non aveva voluto allontanarsi da casa nel timore che potessero essere arrestati per rappresaglia i suoi familiari. Attese sereno i carnefici e a loro si consegnò.

Accusato, a seguito di delazione di un dipendente comunale, d’aver rilasciato documenti e carte d’identità in bianco a interi gruppi familiari ebraici in fuga verso la Svizzera e a resistenti, fu trasferito a Villa Concordia (villa Zanoletti) di via Solferino, sede del Comando tedesco di Frontiera e poi detenuto sino al 25 gennaio 1944 al carcere dei Miogni, giorno in cui fu inviato al carcere di San Donnino di Como “per rimanere a disposizione delle SS”. A Como restò sino al 20 luglio 1944. La tappa successiva fu il carcere di San Vittore di Milano dove Marrone fu recluso nel VI° raggio, quello dei “politici” mentre gli interrogatori si svolgevano all’Hotel Regina presso il Comando SS di Theodor Saevecke.

Duramente percosso, Marrone non si perse mai d’animo, trovando il modo di far pervenire dei messaggi alla moglie Giuseppina e ai figli Filippa, Brigida, Salvatore, Domenico. Il 23 settembre Marrone fu trasferito nel “campo di smistamento e di polizia” di Bolzano-Gries, ultima tappa prima della deportazione che avvenne il 5 ottobre con 518 compagni di viaggio con il “Transport n. 90” giunto a destinazione, Dachau, quattro giorni dopo. Il numero di matricola era il 113393.

L’ultima lettera fu inviata, attraverso un compagno di sventura, il parrucchiere di Ponte Tresa Raffaele Gibilisco, rimasto provvisoriamente a Bolzano-Gries ma poi assassinato qualche tempo dopo a Mauthausen, alla vigilia della partenza: “Mi duole non poco-scrisse Marrone-non avere vostre notizie e sa Dio quando potrò averne poiché quella non sarà residenza fissa dovendo ancora proseguire. Proprio una Via Crucis. Speriamo di non arrivare al Golgota e passare alla Resurrezione”.

Della sua morte diedero notizia essendone stati indirettamente testimoni, il padre cappuccino Giannantonio Agosti e don Paolo Liggeri, con lui detenuti. Nella baracca in cui si spense erano presenti dei sacerdoti polacchi.

Da anni è in corso presso lo Vad Yashem di Gerusalemme l’istruttoria per il riconoscimento a Calogero Marrone di “Giusto fra le Nazioni” (la scritta che oggi campeggia sulla targa nella piazzetta di Varese “Giusto fra i Giusti” non ha alcun valore ufficiale).

Tre sono i sopravvissuti che hanno inviato, tramite l’Ambasciata di Israele a Roma, le loro testimonianze giurate di fronte al notaio. Sono i varesini Rosanna e Renzo Russi e la milanese Laura Pizzo Centonza.

15 febbraio 2010
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Un commento a “Fiori per Calogero Marrone, eroe varesino dimenticato

  1. Luisella Colombo il 15 febbraio 2010, ore 19:00

    Caro Direttore, quando torno a quei giorni dell’occupazione tedesca e dell’avvento della feroce Rsi e rilevo il silenzio di oggi della città davanti ai 65 anni della morte di Calogero Marrone, uomo del profondo Sud, a Dachau mi sento stringere il cuore. Trova conferma purtroppo e per certi versi quel limite della “Giornata della Memoria” che si avvia a diventare un rito reducistico vuoto di signficato. Come un atto celebrativo fine a se stesso. Abbiamo il martitre della Shoah in casa e lo dimentichiamo! Marrone che pur sapeva del possibile arresto, dopo la denuncia del Podestà Castelletti per aver dato carte d’identità in bianco ai fuggiaschi, ebrei e antifascisti, attese a casa i carnefici del Reich per non mettere a repentaglio la vita della moglie dei quattro giovani figli. Come non fare un drammatico parallelo con chi oggi, pubblico ufficiale o uomo di Stato, accusato di reati gravi, non trova la forza di andarsene per evitare di macchiare il volto della Repubblica nata dal sacrificio, anche, di uomini di quella forza ideale e civile!. Verrebbe voglia di gridare alto: “Calogero Marrone sei morto per niente”!! Grazie della sua sensibilità e cordiali saluti, Luisella Paola Colombo.

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