Varese

Viaggio nell’orrore della bambina ebrea sopravvissuta

Ragazze con la stella di David al Politeama

Come dice il Prefetto di Varese, Simonetta Vaccari, intervenendo sul palco davanti al Politeama gremito di studenti delle scuole superiori varesine, “quest’anno le iniziative dedicate al Giorno della Memoria si sono moltiplicate”. I ragazzi, gli insegnanti, le autorità ascoltano in silenzio. Questa è una mattina diversa, trascorsa dagli studenti fuori dalle aule, ma dentro l’orrore quotidiano della Shoah. Una giornata organizzata dalla Consulta provinciale studentesca di Varese, insieme ad Usp, Prefettura, Provincia e Comune di Varese, Liceo Artistico di Varese Frattini, Fondazione Molina, Anpi, Istituto Luigi Ambrosoli.

Intervengono le autorità. Merletti per l’Ufficio scolastico provinciale, Bottini per Villa Recalcati (che denuncia “un negazionismo imbarazzante”), la Tomassini per il Comune (che fa l’elogio delle differenze), e poi, appunto, il Prefetto di Varese. “Non vogliamo fare celebrazioni che sappiano di consuetudine – dice la Vaccari – , e appunto per questo è stato scelto il teatro, che ha il privilegio di farci sentire l’orrore di quegli anni”. Un modo, insomma, per immedesimarsi nelle vittime, nei “sommersi”, come direbbe Primo Levi, perché, continua il Prefetto, “soltanto passando dall’ascolto delle testimonianze possiamo diventare a nostra volta testimoni”. Tra le autorità anche il questore Cardona.

E infatti è il teatro ad evocare quella notte infinita. Uno spettacolo, messo in scena dai ragazzi del Frattini, dal titolo “Da grande voglio fare teatro”, tratto da “Non sono passata per il camino”, il volume di memorie di Francine Christophe, commossa e presente anche lei al Politeama  questa mattina.

Teatro-verità, dove sul palco la bambina di allora racconta il viaggio forzato verso l’orrore, con la musica e le canzoni che fanno d sottofondo ad una storia di una piccola vittima francese della Shoah.

E poi è proprio la bambina di allora a prendere la parola. Francine sale sul palco e spiega che si è portata dietro la stella che l’accompagnò nel lungo viaggio nella notte. “Sono arrivata in classe con questa stella cucita sul vestito – racconta – e i miei compagni non capivano. La direttrice, invece, sapendo tutto, venne verso di me e mi abbracciò, sapendo di mettere a repentaglio la sua vita con quel gesto”.

I ragazzi applaudono alle parole della sopravvissuta al campo di Bergen-Belsen, lo stesso in cui venne deportata anche la piccola e brillante Anna Franck. Parole che vengono da lontano, quelle della Christophe, ma che finiscono per aggredire il presente. “In Francia come in Italia abbiamo ancora un partito nero e conservatore: italiani e francesi, evidentemente, non hanno ancora pulito bene i loro Paesi”. Coraggiosa, pacata, senza giri di parole accomodanti.

Ecco cosa vuol dire non fare celebrazioni retoriche: significa interrogarsi sul presente e sui germi delle nefandezze di quegli anni lontani, che continuano a vivere anche oggi, anche a Varese, spesso tra l’indifferenza di opinione pubblica e istituzioni.

Conclusione della mattina varesina dedicata alla Shoah con la consegna di 50 medaglie a quelli che sono stati definiti gli “schiavi di Hitler”, lavoratori forzati nelle fabbriche tedesche perché capaci di dire no al nazifascismo. Un’ideale staffetta, insomma, che dai ragazzi di allora è passata nelle mani delle giovani generazioni di oggi.

27 gennaio 2010
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