Lettere

Rosarno e dintorni

Quello che è successo in questi giorni a Rosarno poteva succedere anche in altre parti del nostro Paese. Anzi, poteva succedere anche in altre parti dell’Europa, continente che assomiglia sempre più ad una “fortezza” piuttosto che ad una terra di libertà.

Dunque Rosarno ci interroga tutti. Apre una serie di riflessioni e di domande a cui tutti, prescindendo dalle nostre personalissime motivazioni politiche, siamo chiamati a rispondere.

Ci interroga come uomini, come persone. Ci interroga sul nostro senso di umanità. Ci interroga nella nostra memoria, individuale e collettiva.

Ci interroga nel nostro voler vedere un futuro e quale futuro. Ci sono due frasi che in questi giorni mi hanno molto colpito.

La prima. L’ho ascoltata in televisione al TG1. Uno dei “capipopolo” della rivolta, un calabrese, imprenditore agricolo ha concluso la sua invettiva contro gli extracomunitari dicendo “ e adesso chi raccoglierà le arance….?”.

L’altra. La seconda, l’ho letta nel bell’articolo di Stella sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. La frase non era sua, ma di Frisch. “volevamo braccia e abbiamo trovato uomini”.

In queste due frasi ho notato tutte le nostre contraddizioni. Contraddizioni di uomini e di popolo.

Uomini e popolo senza più memoria collettiva o, forse sarebbe meglio dire, figli e figliastri di un benessere conquistato da padri e madri appartenenti ad altra epoca, dimentichi di come quel benessere è stato raggiunto e, fino a non molto tempo fa, trasmesso.

Milioni di italiani. Non piemontesi, veneti, siciliani, calabresi o altro, ma mi piace sottolinearlo, italiani, sono emigrati in tutto il mondo per decenni.

Francia, Germania, Belgio per citare qualche paese europeo. Ma anche Sud-America, Stati Uniti o Australia sono colme di italiani che lì, nei decenni, si sono stabiliti. Alcuni hanno fatto fortuna altri no.

In questi paesi molti sono morti. Sono morti di fatica. Sono stati sfruttati. Si sono abbruttiti dalle condizioni di lavoro, dal fatto di trovarsi in paesi che non capivano, in cui comprendevano a malapena la lingua, le tradizioni, i costumi. Molti hanno sentito sulla loro pelle i pregiudizi, le ostilità, i luoghi comuni con cui erano giudicati.

E molti, molti altri ce l’hanno fatto. Hanno raggiunto benessere, fama e notorietà tanto da essere parte della classe dirigente di quei paesi che li hanno ospitati quando in Italia si moriva di fame e si era poveri.

E in Italia? In Italia ci abbiamo guadagnato da tutto questo. Rimesse di denaro sono arrivate dai nostri emigrati. Rapporti commerciali sono stati portati avanti. Scambi di merci sono stati fatti e molto altro grazie a loro. E questo ha fatto si che gocce di ricchezza da quei paesi arrivassero a noi. E in Italia? E in Italia anche altro è avvenuto. È avvenuto che l’immigrazione è stata anche interna. Che intere comunità si sono trasferite dal sud al nord del nostro Paese. Non solo, quindi, famiglie, ma intere comunità con le loro tradizioni, con i loro valori e con le loro storie collettive. E l’Italia è cambiata ed è diventata anche più ricca. L’Italia è cambiata e io penso è divenuta anche migliore.

La sofferenza si è trasformata in benessere. La fatica ed il sacrificio in una vita nuova ed in un futuro diverso per le nuove generazioni.

“Volevamo braccia e sono arrivati uomini”. E dunque possiamo pensare di impedire ad altri il “sogno”? quel “sogno” di una vita migliore, diversa? Di una vita umana e degna di questo nome, capace di dare un futuro migliore?

“E adesso chi coglierà le arance?”. In questo forse sta la nostra dimenticanza, il non essere più quelli che ricordano il “sapore” della povertà, “l’odore” dell’incertezza, ma di essere quelli che vogliono solo braccia e le vogliono a buon mercato, silenti e che magari spendano i soldi, quei pochi soldi guadagnati tra noi e per noi.

Non è e non può essere tutto ricondotto solo ad un problema di criminalità organizzata. Non è e non è solo un problema di uno Stato che lì non c’è o c’è poco. Non è e non è solo un problema di ordine pubblico e di come deve essere mantenuto. Non è e non è solo un problema di enti locali, di Istituzioni che non hanno visto, non hanno voluto vedere o hanno tollerato ciò che non era tollerabile.

E’ il problema di una nuova e diversa umanità. E’ il problema di un nuovo e diverso modo di percepire l’altro, gli altri. C’è tutta una umanità dolente che ci interroga. Che ci chiede di non ignorarla, di avere rispetto per lei, di trattarla come uomini e donne e non come semplici braccia per “raccogliere le arance”.

Non è e non può essere solo un problema di “pietas cristiana”, né è e può essere solo un problema di “nuova cittadinanza”.

E’ il problema di un “noi”, di un “noi” collettivo verso l’altro. Un altro che è percepito, visto e vissuto come “diverso” e per questo foriero di soli problemi.

Insomma, è un vissuto collettivo che definisce, percepisce e vede “l’altro” come un pericolo, un pericolo a prescindere sia che sia “braccia”, sia che sia “qualcosa di più”.

Possiamo definire questo senso collettivo razzismo, xenofobia, egoismo, sfruttamento o molto altro. Io credo che in fondo basti una sola parola: paura.

In noi c’è una “paura” divenuta quasi ancestrale. Una paura alimentata dalla nostra perdita di memoria, alimentata dalla scomparsa dall’appartenenza ad una storia collettiva, la storia di una nazione, ma anche di appartenenza alla storia dell’umanità, una paura frutto dell’assenza di “grandi narrazioni”, una paura nata dalla caduta di speranze sul futuro.

Grandi sfide attendono il nostro Paese e il nostro popolo. Ridefinire il nostro senso di umanità, scoprire l’altro e inventarsi una nuova “speranza”.

Mi chiedo, banalmente, se tutto questo è possibile accettando, come stiamo facendo adesso, che l’altro sia solo “braccia”, accettando come “pensiero omogeneo ed egemone” un sistema di valori che ci dice: “alza i muri, escludi il diverso da te perché lui è un pericolo, è una minaccia per te, per la tua famiglia e per le tue tradizioni”.

Forse è troppo tardi, ma continuo a pensare che l’uomo, l’umanità è immensamente migliore di quanto noi la facciamo. E il nostro Paese e il nostro popolo non possono chiamarsi fuori dalla storia perché la storia cammina sempre anche se “le lucciole”, di pasoliniana memoria, non ci sono più.

Roberto Molinari

13 gennaio 2010
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Un commento a “Rosarno e dintorni

  1. Giovanni Stinco il 13 gennaio 2010, ore 19:23

    rosario

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