Musica

Polverfolk, la musica celtica dei ragazzi del Parco Lambro

Nei lontani anni Settanta l’Ira scuoteva l’Irlanda: era un fatto politico e religioso. Protestanti e cattolici, eredità colonialista dell’Inghilterra e voglia di indipendenza da parte della Terra Verde. Accadde anche in Scozia, forse con meno ridondanza, ma tanto fu che i fuochi del separatismo si accesero. Poi la Bretagna, e ad una distanza di quasi quarant’anni ancora oggi si ricordano le stragi, le torture, le incarcerazioni. In Italia arrivarono gli anni di piombo, ma ci furono coloro – come i Polverfolk – che si sedevano sui gradini della chiesa e suonavano le pizziche e le tammuriate.

Parlando con Dario Cecchin in occasione della pubblicazione del cd “Sunflowers”, si capisce il perché della scelta di darsi, anima e voce, alla musica celtica. O, come sottilizza giustamente il fondatore storico del collettivo musicale (uno fra i più longevi del nostro territorio: nasce nel 1976), “musica dei Paesi dell’area celtica”. “Allora fu un innamoramento improvviso – incalza Dario – di chi pensava di aver incontrato la donna della sua vita. Ascoltare Alan Stivell, i Clannad o i Chieftains era quasi un’esigenza. Negli anni Settanta andammo in Irlanda e in Bretagna: un mese per imparare, scoprire, provare paura. Bruciavano la bandiera inglese, e nessuno stava scherzando. Ma noi, come cittadini del mondo, accogliemmo la causa irlandese non nella violenza ma nella pace. Nella sincera lotta per l’indipendenza e la democrazia. L’amore per quella terra e quel popolo sono ancora vivi in noi”.

“Sunflowers”, l’ultima produzione discografica dei Polverfolk, nasce per celebrare il 61esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Con un regalo a tutti i loro fan: un semplice codice da inserire nel sito della band permette di scaricare tutti i brani contenuti nei precedenti lavori – ormai introvabili nei negozi di dischi – del collettivo. “Una scelta in linea con i nostri principi – dichiara Cecchin -. La confezione di Sunflowers è in cartone senza sostanze inquinanti, abbiamo deciso di non stampare alcun booklet informativo per tutelare l’ambiente, il cd è autoprodotto ed è stato registrato in cantina. Più liberi di così!”.

Un disco della tradizione – però definito “folk bastardo” dai puristi perché qualche improvvisazione dal sapore mediterraneo non può mancare – ritmato con gentilezza e sospinto da quelle melodie che muovono il cuore e i piedi. Per i Polverfolk la musica non è un fatto di tecnica: quasi tutti sono dilettanti, c’è chi cantava nel coro della chiesa e chi suonava il blues, chi si dava al rock e chi alla classica. Dario Cecchin non ha alcun problema ad ammetterlo: “Pochissimi tra noi leggono la musica, ma c’è varietà negli interessi: in tutti questi anni il collettivo ha visto cambi di formazione impressionanti e un turn-over frenetico (più di 25 membri) agli strumenti, alle voci, alle luci o al mixer. Tutti danno qualcosa, ed è questo lo spirito che vogliamo conservare: la passione, il gusto, la qualità per la musica. Non ci interessa sbarcare il lunario con i Polverfolk. Il bello di questa avventura è che quando chiudi un concerto il pubblico ti stringe la mano e ti ringrazia. Queste sono le vere soddisfazioni di chi fa musica”. E poi gli amici, vicini e lontani: “C’è chi suona nelle orchestre di Milano, chi canta nei cori lirici, chi suona il violino. Insomma, chi tiene famiglia e vuole vivere da musicista non può dedicare molto tempo ai Polverfolk, eppure non si è mai dimenticato di noi”.

Il primo concerto lo si ricorda ancora (nel 1977 a Parco Lambro con un manifesto che pubblicizzava il folk meridionale dei “Polver”, nome ispirato dal primo fondatore del gruppo, Polverari) e gli ideali sono quelli. Soprattutto stare lontani da una certa frangia politica che vuole trasformare la musica celtica in espressione artistica dei popoli del Nord. E “Sunflowers”, con le sue voci dai richiami antichi, le note che si fanno sorgenti fresche, le chitarre e i tin-whistle a fare da accompagnamento alle liriche d’impronta pastorale (la lontananza, l’amore, il respiro malinconico della solitudine), è un cd di “messaggio sociale”. Dove ci si augura che gli uomini possano imparare dal sole: uguale con tutti, senza distinzione di sesso, razza o religione.

12 gennaio 2010 Davide Ielmini d.ielmini@varesereport.it
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