Cultura

L’ultimo Raffo-thriller ci conduce nella casa di “Psycho”

La sinistra magione del film "Psycho"

Atmosfere brumose e gelide notti, ululati demoniaci e angeli vendicatori. Ma, soprattutto, una casa buia e scricchiolante ai margini di un bosco, una magione sinistra che, nella cantina, custodisce un pozzo profondo e ribollente. E’ la location da brividi in cui si svolge l’ultima narrazione di Silvio Raffo, che ha per titolo “Dependance. Il caso di Evelyn Grant” (pubblicata dalla milanese A.Car.). Un romanzo che l’autore definisce, a ragione, uno “psycho-noir”.

Il giovane protagonista della vicenda, Daniel, vive spesso in un mondo parallelo, in preda di ricordi e di insostenibili visioni. Su di lui cade il Dominio delle Tenebre quando deve fronteggiare le irrisolte contraddizioni della sua vita. Non se ne è mai liberato totalmente, ma ora, più che una malattia, è diventata un’arma di difesa.

Vive una breve vacanza con la madre, una donna che Daniel pare temere più che amare. Una donna evanescente che vive nel ricordo di un marito artista. Con il figlio si accasa in una dependance che ricorda certe dimore da film del terrore (e qui si possono evocare registi trucidi, da Tobe Hooper a Eli Roth). Ma nelle cantine si apre un pozzo profondo, attorno al quale Daniel si aggira di frequente.

Un bel libro, non c’è che dire, sia pure in una veste dimessa. Per più di cento pagine si seguono le vicende di questa coppia di personaggi, che si muovono in un’atmosfera fredda e, spesso, notturna, circondati da comprimari ben caratterizzati. Una lettura in cui, però, si avverte, in ogni momento, che qualcosa bolle in pentola, che qualcosa ci sfugge, che c’è qualcosa di sospeso che aleggia. Fino alle ultimissime pagine, quando, nell’agognata quanto inevitabile catarsi, i personaggi si tolgono la maschera e si svela il mistero incarnato dalla livida signora Evelyn Grant. Una vicenda molto in stile “Psycho”, tanto che Daniel potrebbe avere i lineamenti di un giovanissimo Anthony Perkins.

Un  thriller-noir appassionante, che si legge tutto d’un fiato. Ma che, come ogni buon testo di strutturalismo ci informa (ma lo si studia ancora all’università?), propone diversi livelli di lettura. Tra questi, non può sfuggire come l’autore si diletti, a spese dei nostri nervi, a realizzare un raffinato esercizio di genere: “Dependance” è attraversato da tutti i luoghi classici della letteratura di genere, dall’horror al thriller, dalla teologia allo psicodramma, fino alla qui centralissima riflessione psicanalitica (quanto a quest’ultima, ci si domanda anche, al termine del romanzo: non è che, nella dependance degli orrori, la vita è sogno?).

Ma non può neppure sfuggire come, tra le corde di Raffo, ce ne sia una preziosa, legata alla poesia, una corda “orfica”: una porta che ci fa intravvedere la Parola, in tutta la sua profondità, nella sua capacità di alludere ad un altrove, un racconto, una favola, un evento naturale.

Tutto questo, però, viene dopo. Prima della riflessione sul racconto, c’è il racconto, ci sono personaggi, c’è una storia sinistra. Un trama avvincente che ci riempie di brividi di paura. Consiglio di lettura: scorrete “Dependance” all’imbrunire.

11 gennaio 2010 Andrea Giacometti direttore@varesereport.it
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