Varese

Varese, Stati generali cultura. La politica cos’ha da dire?

Il Castello di Masnago

E’ un buon segno che la cultura entri nell’agenda del dibattito politico. E che ci entri con una proposta concreta, che da tempo, tra gli addetti ai lavori, serpeggia e ottiene attenzione. E’ la proposta di organizzare gli Stati generali della cultura. Come, in passato, è già accaduto per quanto riguarda la sanità. Questa volta, a rilanciare la proposta, ci ha pensato Alessio Nicoletti, leader del Movimento ibero e, dunque, consigliere di opposizione. “Serve un dialogo franco tra i vari attori del territorio per concordare una linea, una strategia comune, che ci consenta di emergere”,dice Nicoletti. E aggiunge: “La cultura deve essere concepita dall’Amministrazione Comunale  come risorsa, non come un peso, in grado di rilanciare la nostra Città anche dal punto di vista economico attraverso un maggior flusso di visitatori”.

Una proposta interessante, tanto più che viene da un politico. Un cambiamento in atto di non poco conto. Sì, perchè finora, della cultura a Varese, ai politici sembra essere interessato ben poco. Un grave errore: se non altro perchè, sulla poltrona dell’assessorato alla cultura, siede un politico, come il sindaco Attilio Fontana. E poi perchè la cultura è una cosa seria, non un argomentoda “varie ed eventuali” in fondo all’ordine del giorno. Tanto più a Varese, dove ci sono tante realtà che fanno cultura, e la fanno seriamente, molto spesso senza sovvenzioni e regalìe.

Il problema vero è un altro: la politica è all’altezza di un dibattito sul futuro della cultura a Varese? E’ capace di realizzare qualcosa di interessante? Di fronte a teatro, poesia, arte, musica, è capace di fare proposte circa concreti spazi di espressione e di proposta? Questo deve fare la politica, mica spiegarci se è meglio Calvino o Aldo Nove.

Spesso, da parte della politica, e spesso del Comune, si punta in alto, ma si porta a casa poco o nulla. Idee che finiscono per apparire come pure petizioni di principio. Da quanti anni sentiamo parlare del nuovo teatro? E da quanti di una sala per concerti degna di questo nome? E le mostre che non si vedono da tempo (non citate quella su Caravaggio, per cortesia)? E i festival effimeri e controversi come “Amor di libro”? E i Civici Musei ridotti a grigi spazi di opere esposte? Qualcosa si sta facendo per la Sala Veratti, ma le domande restano tante. E le risposte, c’è da temere, piuttosto scarse. Certo, ascoltare chi fa cultura è un buon inizio. Ma è ancora meglio essere disposti a fare la propria parte, realizzando davvero le iniziative annunciate. Tra squilli di trombe e rulli di tamburi.

4 gennaio 2010
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