Varese

Mario Lodi, un direttore che tenne fuori il Palazzo dalla redazione

Mario Lodi

Mario Lodi

Massimo Lodi, giornalista e scrittore, tratteggia con gusto e sensibilità in un originale libro, La sciarpa verde, edito da Giusepe Redaelli, la figura del padre Mario Lodi a mezzo secolo da quel 3 gennaio del 1960 in cui, per decisione del cavaliere del Lavoro Achille Cattaneo, proprietario della Conciaria Valle Olona, della Casa Ricordi e dell’Editrice Sev, fu nominato direttore de “La Prealpina”, lo storico quotidiano fondato nel 1888 da Giovanni Bagaini.

Un’investitura avvenuta dall’alto ma valutata a lungo e con attenzione sul campo che premiava un giornalista appassionato e rigoroso e, assieme, un uomo per bene cui dar fiducia per quella che avrebbe dovuto essere, e infatti fu, una “rifondazione”.

Varesino, classe 1919, Mario Lodi alla guida del giornale ci sarebbe stato per ben 23 anni di seguito, un record assoluto dopo Bagaini, sino al 1983 quando, maturato il tempo della pensione, se ne andò con una punta di malcelata amarezza in un clima tutt’altro che sereno. Erano i segni del tempo cambiato e di una visione profondamente sbagliata di gestire il potere e di fare comunicazione in un provincia che stava mutando in peggio pelle, vocazione, spessore etico e che aveva visto l’anima varesina del giornale soccombere a quella bustocca al termine di una catena impressionante (per leggerezza) di errori strategici della composita proprietà del momento.

Il libro con un titolo solo in apparenza fuorviante (la sciarpa verde lega affettuosamente il padre al figlio nel suo utilizzo in un segno di continuità sentimentale) è intrigante ed anche utile per chi non ha memoria o, peggio, non vuole averne.

Corre infatti veloce sul filo del ricordo appassionato e commuovente di un figlio che racconta in punta di penna, con estro ed eleganza, il profilo di un genitore-direttore, non all’interno del giornale ma nel privato, fra giustificato orgoglio e legittime preoccupazioni, dal giorno dell’investitura a quello amaro del distacco, vissuto con grande dignità.

Debbo confessare la mia stima incondizionata per questo direttore, il mio primo direttore, e l’adesione alla ricostruzione fattane dal figlio. Erano gli anni ’60 e “La Prealpina” attraversava il periodo del centrismo, del confronto serrato tra Dc e Pci in una provincia fortemente industrializzata, della rinascita urbanistica del capoluogo, degli appetiti immobiliari, della pratica sportiva senza strutture adeguate che faticava ad emergere. Un momento storico sullo sfondo del “miracolo economico”, dell’immigrazione, dell’esplodere di acuti fenomeni sociali.

Mario Lodi gestì la materia con grande autonomia nel rispetto pieno dell’informazione. Non fu un’impresa semplice. Respinse ogni compromesso Difese i propri redattori, sempre, anche contro certe arroganze della proprietà. Un grande merito sol se si pensa alla linea conservatrice della testata che andava rispettata e al dovere di mantenere saldi certi equilibri consolidati nel tempo.

Qualcosa oggi di assolutamente inimmaginabile, dove la stampa, sopratutto locale, piegata al potere, ne subisce spesso l’invadenza che si riflette drammaticamente sui lettori impoverendo la loro costruzione culturale. Insomma Mario Lodi tenne fuori dalle stanze quel Palazzo che avrebbe voluto imporre regole diverse.

Il libro che divaga con intelligente curiosità anche su aspetti marginali alla vita del giornale (i salotti a Villa Mylius dei Cattaneo-Babini-Beretta, per fare un esempio, con il gran mondo dell’arte e della celluloide) fissa in una galleria fotografica spesso inedita alcuni passaggi fondamentali nella vita cittadina e giornalistica e ci riconsegna non senza rimpianti il sapore civile del tempo passato fra gli ordini secchi di un direttore generoso e al pari inflessibile e di una redazione compatta, serena, fatta di bravi giornalisti, conscia di una guida sicura.

18 dicembre 2009 Franco Giannantoni redazione@varesereport.it
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