Musica

Bene Barenboim da Fazio. Un primo passo

La trasmissione di Fazio

La trasmissione di Fazio

Daniel Barenboim, Claudio Abbado e Maurizio Pollini in televisione. E, questa è la notizia, in prima serata. Un fatto – brutto a dirsi per un Paese che si considera civile – che fa audience perché subito trasformato in evento straordinario.

Un’altra notizia: questa volta era Fabio Fazio ad entrare in punta di piedi, in udienza, di fronte ad una buona fetta della genialità contemporanea. Domande confezionate in anticipo, come sempre, e ben poca predisposizione all’improvvisazione.

Terza riflessione: l’appuntamento di “Che Tempo che fa” è stato pensato, ideato e programmato secondo le tre personalità coinvolte, ma Fazio non è il presentatore più adatto per poter affrontare un dialogo critico sulla cultura e sulla musica. Il suo buonismo – ormai dettato da una Rai del tutto commerciale – è accettato da Sting o Battiato, da Fo o Eco, chiamati sotto i riflettori per presentare puntualmente i loro ultimi lavori.

Tutto sommato si crede ancora – anche coloro che non lo ammettono – nella possibilità che un certo tipo di cultura possa divenire popolare. E va bene. Ma Barenboim, Abbado e Pollini hanno dimostrato, grazie all’intelligenza ed al carisma, all’esperienza ed alla conoscenza dell’essere umano, di poter dire allo stesso Fazio che le cose stanno in un certo modo. E lo hanno fatto con lo stile e la libertà che li caratterizza. Loro credono nella comunicazione come strumento di dialogo, di spostamento sociale, di condivisione di obiettivi comuni e creazione di una coscienza collettiva che deve partire dai vertici del sistema politico.

Barenboim ha fondato la West-Eastern Divan Orchestra dove israeliani e arabi suonano l’uno accanto all’altro: se ne parla come di un miracolo. In Italia, invece, fa sensazione la dichiarazione di Abbado che decide di dirigere gratuitamente alla Scala di Milano solo se il sindaco Moratti accetta di piantare 90mila alberi. E se sotto all’asfalto non ci dovesse essere la terra “la mettiamo”, ha dichiarato il Maestro. Con tre grossi calibri non si può scherzare. Anzi, ci si deve giocare l’occasione di toccare i nervi scoperti di una nazione che retrocede nella graduatoria europea. L’occasione per affondare il coltello nella piaga c’era, ma si è persa in buona parte. La televisione, a volte, si deve concedere il lusso di non fare spettacolo.

Ecco, con Barenboim, Abbado e Pollini la televisione di Stato – che tra i tanti compiti ha anche quello di sensibilizzare i cittadini alla cultura e all’arte, senza guardare al colore politico – ha compiuto un piccolo passo avanti. Perché, lo ripetiamo, le trasmissioni a spot non aiutano: sono come un seme di grano in un campo incolto. A parte questo, la trasmissione ha raccolto il successo che le si doveva. Ma sinceramente si spera che alla musica tutta siano dedicate, in futuro, programmazioni “a tema” ed in fasce orarie – con critici, musicologi, esperti – che la Rai non deve confondere nella linea editoriale dell’intrattenimento puro. Impariamo da Saint-Saens, Prokofiev e Britten, che senza tradire la loro arte, riuscirono ad avvicinare alla musica tanti giovani grazie al genio di chi racconta la verità come se fosse una fiaba.

6 dicembre 2009 Davide Ielmini d.ielmini@varesereport.it
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