Musica

Flauto dolce per il Prete Rosso, Scarlatti e Albinoni. Concerto nella chiesa di Bizzozero

Antonio Vivaldi

Antonio Vivaldi

Il flauto dolce è da considerarsi il brutto anatroccolo degli strumenti, e così è rimasto nonostante i pregevoli sforzi di molti compositori. Ad esso – familiarmente chiamato “dolce” e, da alcuni, “a becco” – è dedicato il concerto dell’Orchestra Camerata dei Laghi (OCL), domenica 6 alle ore 16, a ingresso libero, nella chiesa di S. Stefano a Bizzozero. Solista, Stefania Bai: una giovane che dopo il diploma in flauto traverso all’Istituto musicale pareggiato “Giacomo Puccini” di Gallarate, ha deciso di specializzarsi a Imola (Incontri con il Maestro) al fianco di Glauco Cambursano, a Milano con il primo ottavino della Scala di Milano (Maurizio Simeoli) e, in flauto dolce, nella sezione Musica Antica dell’Accademia Internazionale della Musica di Milano.

L’appuntamento di domani si presenta come l’ennesimo tentativo di nobilitare questo strumento che, secondo leggenda, “ancora all’inizio del XX secolo era così raro da far credere a Stravinsky che fosse una sorta di clarinetto”. Errore improbabile, per il maestro russo, ma non per molti che si definiscono musicisti autodidatti solo perché soffiano in un legno forato (ma il bosso, l’ebano o l’osso furono sostituiti, nella modernità, dalla bachelite) per il quale scrissero anche Antonio Vivaldi (ascolteremo il Concerto in sol maggiore e Concerto V) e Alessandro Scarlatti (Concerto in la minore). Tanto per intenderci, in tali prove entrambi non seppero raggiungere le geniali vette già comprovate con violino e clavicembalo. Ma la curiosità fu tale che il Prete Rosso si lasciò tentare numerose volte con il flauto a becco e tre dal flautino; Scarlatti pensò ad alcuni concerti, ma usò il flauto dritto in Cantate e Concerti grossi.

Tutti d’accordo, quindi, nel considerare tale strumento scomodo e poco  funzionale alla resa degli “affetti” umani e degli equilibri timbrici dell’orchestra. Per i dilettanti, però, molto si faceva: tanti appartenevano alla nobiltà ed all’aristocrazia, quindi si potevano permettere spese extra anche per il divertimento. Così tantissimi furono i brani per il “dolce” trascritti dalle sonate per violino di Arcangelo Corelli. E quando lo stesso Vivaldi si trovò a confrontarsi con il “becco”, considerato il suo poco tempo a disposizione per quello, decise di guardare alla sua produzione per violino e far fruttare le idee del passato. Produzioni originali, ma con la sensazione che comporre per il “dolce” fosse tempo sprecato. La scaletta si chiuderà con lavori di Albinoni e Galuppi: per archi e cembalo.

5 dicembre 2009 Davide Ielmini d.ielmini@varesereport.it
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