Musica

Janacek del Bennewitz alla Stagione

Bennewitz Quartet

Bennewitz Quartet

Leos Janacek – l’autore di punta del programma che presenterà il Bennewitz Quartet domenica 6, alle 20.30, al Salone Estense (ingresso euro 18) – fu definito da Claudio Casini un artista capace di realizzare la “prosa musicale”. Per questo moravo, nato nel 1854 da un maestro elementare e giunto ad ottenere i primi grandi risultati della sua produzione solo alla soglia dei cinquant’anni, l’etnomusicologia era da considerarsi una sorta di dottrina.

Così come gli equilibri sociali basati su un’eterna contrapposizione di giustizia e ingiustizia. Per Janacek tutto fu una questione di etica ed estetica, a patto che non si guardasse al sinfonismo germanico per premiare, invece, la tradizione degli immortali compositori russi come Dvorak. Leos parte da qui, e nel suo Quartetto n. 1 – Quartetto a Kreutzer da “La sonata a Kreutzer” di Tolstoj – non manca di descrivere, rimarcare e tracciare una linea espressiva che è tutta e prepotentemente basata su cambi ritmici, temi del folclore, arcate coloristiche ed incontrollabile eccitazione.

Un trionfo di bellezza somigliante al puro miracolo nel quale il compositore sintetizza con esuberanza e originalità i tratti caratteristici dei popoli dell’Est: la malinconia, l’ironia, la satira e il dramma. Ovviamente, l’amore e la morte. Il Quartetto Bennewitz porta a Varese un capolavoro del Novecento, e lo fa con quel bagaglio di esperienze e successi che lo accompagnano sin dalla sua fondazione: la Medaglia d’Oro al Concorso di Osaka e la vincita, nel 2008, del Concorso Borciani di Reggio Emilia. Una sfida che ogni cinque anni premia il quartetto d’archi più bravo a livello mondiale. Nemecek e Steppa Jezek ai violini, Jiri Pinkas alla viola e Stepan Dolezal al violoncello si sono meritati ovazioni, applausi e recensioni da mille e una notte. Nel nome di Antonin Bennewitz, il violinista ceco scomparso nel 1926 ed al quale guardano con umiltà e ispirazione. In chiusura il Quartetto in la maggiore n. 2 op. 13 di Felix Mendelssohn e quello in la minore op. 132 di Ludwig van Beethoven. Perché i classici non si possono dimenticare.

4 dicembre 2009 Davide Ielmini d.ielmini@varesereport.it
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