Musica

Marco Mengoni vince “X Factor”, il programma cult in cui il talento resta secondario

Se volete “educare” i figli, incollateli al televisore. Se cercate il successo, fate televisione. Marco Mengoni ha vinto la terza edizione di X Factor ed è già considerato un “fenomeno”, perché ha sì un’ottima estensione vocale, ma conciliare Brian Johnson, cantante degli AC/DC, e Mia Martini è quasi impossibile. Per una volta la tv ha compiuto il miracolo? No, è una botta di fortuna. Intendiamoci: per la trasmissione, non per il vincitore. Giusy Ferreri, che X Factor non l’aveva vinto, ha dimostrato quanto il format non possa insegnare nulla a nessuno.

Marco Mengoni

Marco Mengoni

Chi esce dal talent show con un contratto di 300 mila euro e la partecipazione sicura al Festival di Sanremo (come Mengoni), ha solo dimostrato che in questo mondo non bastano solo l’intonazione e le doti di natura. Mettersi in vetrina è ormai un passo obbligato, perché puoi anche essere un genio ma se non fai spettacolo non servi alla società. Qui si deve vendere, si devono formare le giovani menti al mercato e si vuole la ricchezza. E il successo. Si spettacolarizza la normalità perché oggi è quella l’eccezione. Nella società del consumo i partecipanti a X Factor hanno deciso di lasciarsi consumare: dai giudizi e dalle parole dei nuovi sacerdoti del gusto. Perché lì non si fa arte, ma audience. L’obiettivo del programma è di trasformarsi in cult per i giovani e penetrare la macchina del marketing; il suo successo deriva dalle speranze di chi vi partecipa, e così facendo riesce a mutare la fragilità (del concorrente) in forza (mediatica). Il set televisivo si trasforma in un regno dove tutto si può. Dove il sudore, la rabbia, la grinta ed il pianto fanno degli uomini una caricatura di loro stessi. Ma X Factor – come Amici – ridicolizza, attraverso una continua drammatizzazione dello studio (i “Saranno Famosi” in versione Little Italy), il sano orgoglio e la giusta ambizione di chi crede nell’arte. Addirittura si assiste ad una perdurante negazione della materia artistica, servita in una specie di ring dove la “rissa” musicale produce gli stessi effetti di una vera scazzottata: si deve vincere sanguinando. Si deve restare in piedi dando al pubblico ciò che vuole. Soprattutto, suspense. X Factor non è certo il peggio che possa produrre e offrire la televisione di oggi: gossip, donne famose e capricciose che chiedono un refresh d’immagine (la Mori), il musicista finto-colto che però non riesce più ad incidere un disco di successo (Morgan), una produttrice discografica che ha esperienza da vendere (Mara Maionchi) ma i tempi di Mina sono finiti, un presentatore (Francesco Facchinetti) che si è dato alla tv perché non sarà mai come suo padre (il Facchinetti dei Pooh). A ben vedere, è qui X Factor: il fallimento, la bellezza che sfiorisce, i complessi di inferiorità, l’artista caduta in disgrazia. E poi l’arroganza di poter fare cultura con l’ennesima canzone melodica già confezionata per la città dei fiori. E poi bocciamo i programmi che parlano – seriamente – di rock, jazz e classica? Totò avrebbe detto: “Ma mi faccia il piacere!”.

3 dicembre 2009 Davide Ielmini d.ielmini@varesereport.it
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