Economia

Viaggio al centro delle imprese a rischio-chiusura

impreseDalla rabbia all’auto analisi per scoprirsi in crisi sì, ma forse un po’ meno ridotti all’osso di quanto si pensi: la serata organizzata dal Comitato spontaneo delle piccole imprese ieri sera nella sede di Cna Varese ha visto calare il numero di imprese presenti (una sessantina circa) rispetto agli incontri precedenti dove al tavolo sedavano politici e banchieri. Forse perché, come ha osservato il professore Paolo Preti, docente in Bocconi “la protesta aggrega, il ragionamento no. Ma è sicuramente ora di passare dalla protesta alla proposta”. E così mentre dal tavolo dei relatori il docente universitario e il giornalista, Dario Di Vico (vice direttore del Corriere della Sera) snocciolavano proposte per trovare soluzioni “manageriali” alla crisi, senza aspettarsi dalla politica un colpo di bacchetta magica, dalla platea sono partiti il racconto a più voci della piccola e media impresa targata Varese ed una raffica di domande.

La ricetta del professore? È presto riassunta: “Abbandonare la logica dei costi, rimettere al centro la figura dell’imprenditore, rendersi visibili sul mercato, riportarsi in casa attività che si erano esternalizzate, puntare sull’innovazione e sul servizio, ma anche essere consapevoli che dalla crisi non si uscirà uguali a prima. Sopratutto non si uscirà nello stesso numero di imprese di prima: ci saranno imprese che chiuderanno”.

Lo spettro della chiusura, che aleggia fin dalle prime riunioni del gruppo degli autoconvocati, oggi sembra meno minaccioso. “Certo alcune imprese hanno chiuso – nota Piero  Cassani, l’animatore del Comitato spontaneo – ma hanno chiuso soprattutto le medie e meno invece le piccole e poi, non certo le 2 mila che si pensava all’inizio”. Il momento è duro, ma i racconti in sala dicono anche qualcosa d’altro: la partita oggi si gioca a più livelli e lo scenario è molto differente. Lo sa chi fa rulli e rullini per cuscinetti d’auto con un solo concorrente in Italia e 3 in tutta Europa e chiude l’anno horribilis della crisi con un meno 8% del fatturato. “Non ci siamo seduti – ammette Claudio Sala, imprenditore di seconda generazione – ed abbiamo lavorato e investito”. Lo sa anche un’imprenditrice seduta in prima fila: azienda piccola (9 addetti), ma che fa tubetti destinati alle imprese che lavorano nell’estrazione del petrolio. “Perdo poco certo – dice – ma sono andata a caccia di nuovi clienti perché quelli tradizionali hanno diminuito gli ordini”.

Le perdite maggiori, lo si sente, si sono concentrate nella subfornitura pura e nel tessile, la cui agonia arriva da lontano.  “Nessuno sta facendo nulla per noi: io, però non ho lasciato a casa nessuno dei miei dipendenti e non lo farò perché non posso pensaredi lasciare a casa le persone”: lo racconta Raffaella Prestinoni, imprenditrice di seconda generazione di un tessile che non ha ammesso sconti in fatto di made in Italy: dal filo al sacchetto della confezione finale. “Non sono le perdite dell’ultimo a spaventarmi – dice –, ma tutto quello che è accaduto negli anni”. E poi c’è la subfornitura pura come quella dell’ex presidente di Cna Varese, Vito Tioli. “Perdite quasi al 50 per cento – dice – ma tutti i miei lavoratori li ho tenuti con me con contratti di solidarietà. Tra i miei clienti c’è chi mi strappa condizioni di fornitura davvero improponibili”.

Su tutto questo una domanda finale di Cassani : “oggi meglio trovarsi nella condizione di chi ha investito e si trova nella difficoltà di rientrare dai debiti oppure di chi non ha investito?” E la risposta non lascia dubbi. “Chi ha investito – risponde Preti – quando la piena passerà, e sappiamo che passerà, si troveranno con una marcia in più rispetto a tutti gli altri”

26 novembre 2009 Paola Provenzano p.provenzano@varesereport.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi