Varese

Palatucci, il questore finito a Dachau

Giovanni Palatucci

Giovanni Palatucci

Uno Schindler in divisa da poliziotto. Funzionario di polizia prima e poi questore reggente di Fiume, Giovanni Palatucci viene ricordato, nel centenario della sua nascita, da una mostra a Villa Recalcati e da una serie di altre manifestazioni. Sul “Questore giusto”, come veniva chiamato dagli ebrei, sulla sua figura e la sua vita, Ufficio scolastico provinciale di Varese, associazione “Giovanni Palatucci”, Polizia di Stato e Questura di Varese propongono da oggi fino al 19 una mostra didattica, e il 19, alle ore 10.30, sempre a Villa Recalcati, un dibattito dal titolo “Giovanni Palatucci: poliziotto, credente, eroe, giusto”, con la partecipazione di Angelo Picariello, giornalista del quotidiano cattolico “Avvenire”, di don Franco Stano, postulatore per la causa di beatificazione, dello storico varesino Enzo Laforgia.

Come lo ha definito il questore di Varese, Marcello Cardona, “un uomo del fare, capace di essere poliziotto al di là della casta, che con gioia e serenità si impegnava nel suo lavoro”. Un personaggio che deve essere conosciuto più a fondo dai giovani, ha ribadito Claudio Merletti, dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale di Varese, “un uomo che si è opposto alla distruzione dei valori della nostra civiltà, un cristiano che ha accolto la sfida dei tempi”. Una figura, ha concluso il prefetto di Varese,  Simonetta Vaccari, “che può mettere un seme nei giovani, un seme che potrà svilupparsi nella loro vita”.

Giovanni Palatucci è nato a Montella, 31 maggio 1909. E’ stato poliziotto e commissario di pubblica sicurezza. Medaglia d’oro al merito civile per aver salvato la vita ad ebrei durante la seconda guerra mondiale e, per questo, anche nominato Giusto tra le nazioni. È venerato col titolo di Servo di Dio dalla Chiesa cattolica.

Svolto nel 1930 il servizio militare come allievo ufficiale di complemento a Moncalieri, iscritto al Partito Nazionale Fascista, nel 1932 consegue la laurea in giurisprudenza a Torino. Nel 1936 giura come volontario vice commissario di pubblica sicurezza. Nel 1937 viene trasferito alla questura di Fiume come responsabile dell’ufficio stranieri e poi come commissario e questore reggente.

Nella sua posizione ha modo di conoscere l’effetto che le leggi razziali hanno avuto sulla popolazione ebraica. In questo contesto, cerca di fare quello che la sua posizione gli permette e in una lettera ai genitori scrive: «Ho la possibilità di fare un po’ di bene, e i beneficiati da me sono assai riconoscenti. Nel complesso riscontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare».

Potendo aiutare gli ebrei a salvarsi dalle persecuzioni, si rifiutò di lasciare il suo posto anche di fronte a quella che sarebbe stata una promozione a Caserta. Nel marzo del 1939 un primo contingente di 800 ebrei che sarebbe dovuto essere consegnato alla Gestapo, venne fatto rifugiare nel vescovado di Abbazia grazie alla tempestività con cui Palatucci avvisò il gruppo del pericolo che lo minacciava. Un calcolo approssimativo ha stimato in circa 5.000 il numero di persone aiutate a salvarsi da Giovanni Palatucci durante tutta la sua permanenza a Fiume.

Quando nel novembre del 1943 Fiume entrò a far parte della Adriatisches Kustenland, il comando della città passò al capitano delle SS Hoepener. Pur avvisato del pericolo che correva lui stesso, decise di rimanere al suo posto, far scomparire gli archivi e salvare più persone possibili. Contattati i partigiani italiani, cercò di coordinare una soluzione post bellica. Le spie tedesche però diedero informazioni sulla sua attività. Per contrastare ulteriormente i bastoni l’amministrazione nazista, vietò il rilascio di certificati alle autorità naziste se non su esplicita autorizzazione, così da poter aver notizia anticipata dei rastrellamenti e poterne dar avviso.

Il 13 settembre 1944 Palatucci venne arrestato dal tenente colonnello Kappler delle SS e tradotto nel carcere di Trieste. Il 22 ottobre viene trasferito nel campo di sterminio di Dachau dove morì pochi giorni prima della Liberazione a soli 36 anni. Nel 1990 lo Yad Vashem lo giudica Giusto tra le nazioni.

17 novembre 2009
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