Arte

La salvezza viene dal corpo. Testori e Varlin “politicamente corretti”

Da sinistra, Oldrini, Crespi e la Guggenheim

Da sinistra, Oldrini, Crespi e la Guggenheim

Arrivavano insieme camminando e parlando, a volte portandosi dietro una bella torta di frutta o dei gustosi gelati. Parlando entravano nello studio-atelier, e continuavano a discutere animatamente, alternando francese e italiano. Argomento preferito, le nuove correnti artistiche del Novecento. E mentre loro parlavano il giovane Alain si stendeva su una chaise-longue in giardino, a prendersi il sole.

Un quadretto idilliaco, scene di vita quotidiana dal Canton Grigioni, dalla piccola località di Bondo. Nulla di particolare se non stessimo parlando dei rapporti tra uno dei più grandi scrittori e critici italiani, Giovanni Testori, e uno degli artisti più geniali ed appartati di tutto il Novecento, Willy Varlin. Un quadro di vita domestica che esce dai nitidi ricordi di Patrizia Guggenheim, allora bambina, oggi madre di quattro bambine, figlia del grande Varlin. Patrizia partecipa, presso la Galleria Ghiggini di Varese, alla presentazione del volume di Testori, “La cenere e il niente: scritti per Varlin”, a cura di Stefano Crespi. Un’iniziativa in programma nel cartellone del Festival del Racconto legato al Premio Chiara 2009.

Patrizia Guggenheim ricorda, ancora, la sua gioia nel trovarsi in un turbinio di rapporti e di presenze di amici scrittori che andavano ad incontrare il padre (un argomento al quale è dedicato il Taccuino d’arte del Premio Chiara), circondato da lei stessa bambina, dalla moglie Franca Giovanoli, dalla zia Elda. Per Patrizia “erano come zii” i tanti scrittori che si recavano a Bondo. Da Dürrenmatt (“mi ricordo il suo dialetto bernese”) a Max Fritsch (“lui non amava tanto noi bambini”). E poi lo stesso Testori. “Ricordo i suoi occhi blu, la voce che era come ascoltare una melodia”. Tutto un  mondo che viveva in una regione della Svizzera, in quel “non-luogo”, come ha sottolineato Crespi, in cui nascono grandi scrittori ed artisti, da Klee a Varlin a Giacometti. “Il critico Francesco Arcangeli – ricorda ancora Crespi – pensava che nel Novecento un artista non può nascere a Firenze o a Venezia, ma in Svizzera, perché qui la cultura non è così incombente”.

Una terra appartata e obliqua che imprime il suo stigma nell’arte di Varlin, la sua arte del vuoto, dell’assenza, della mancanza dei volti umani. Dove l’unica ancora di salvezza, in un futuro che si preannunciava già globale ed informatizzato, disumano, restava il corpo e la sua umanità, momento terminale e assoluto tanto per Varlin che per Testori, punto finale insuperabile per entrambi. Ma anche grande ossessione ed incubo infinito del desiderio per entrambi, come nel dibattito varesino poteva essere ricordato accantonando il “politicamente corretto” che spesso accompagna l’evocazione dei grandi. Con il rischio di trasformare in monumenti due grandissimi (e umanissimi) artisti.

31 ottobre 2009 Andrea Giacometti direttore@varesereport.it
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