Arte

Se la vita è minima, si vive e si fa arte meglio. Dibattito finale alla mostra di Mengacci

Chiara Zocchi

Chiara Zocchi

Non è facile mettersi sulla stessa lunghezza d’onda degli uomini e delle donne “fermati” dall’obiettivo di Davide Mengacci (sì, il popolare conduttore televisivo) nella mostra, appena conclusa allo Spazio Lavit di Varese, dal titolo “Vita minima”. Volti e corpi, case di cartone e coperte notturne dal mondo degli homeless che popolano le notti milanesi. Non è facile perché, come il fotografo ha spiegato nell’interessante dibattito che ha chiuso la mostra, moderato da Laura Orlandi, “nel caso delle mie foto, ‘vita minima’ significa una vita leggera – ha detto Mengacci -, spesso anche allegra, che comunque risponde ad una ricerca di libertà”. Un rapporto, quello con i clochard, che Mengacci ha potuto avere seguendo gli equipaggi della Croce Rossa Italiana. E che si è trasformato nella conoscenza di un mondo “diverso, apparentemente lontano dal nostro, capace di sviluppare una vera e propria cultura del vivere in strada”.

Ma “vita minima” può indicare anche un percorso che riguarda tutti noi, diretto a scoprire ciò che di essenziale ed autentico c’è nella nostra vita. Come ha ricordato, in un suggestivo intervento, don Roberto Verga, parroco di Vedano Olona, i più piccoli nascondono una grande sete di infinito. “Se guardiamo un bambino nella culla, è possibile vedere l’infinito nei suoi occhi”. Così come ogni uomo vive una “sete di infinito, una sete di luce”. Essenzialità e autenticità che risuonano anche nella ricerca artistica, secondo il varesino Ermanno Cristini, che ha evocato Marcel Duchamp, capostipite di una “riduzione estrema del gesto artistico” che caratterizza tutta l’arte contemporanea, accompagnata da un “bisogno sottrattivo”, che si traduce in una riduzione della forma e della materia nell’arte.

A chiusura, la scrittrice Chiara Zocchi ha svelato di essere molto attratta da un’arte della scrittura capace di togliere e di sottrarre. Con l’idea di giungere a quello che la Zocchi ha chiamato una scrittura “minimalista”. “Una scrittura, cioè, capace di nascondere l’io narrante, per giungere all’essenziale, che forse è la natura”. “Magari finirò per fare la contadina”, ha sorriso la scrittrice concludendo il confronto.

29 ottobre 2009
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