Cultura

Benzoni, un piccolo libro liquida i fantasiosi miti lumbard

Claudio Benzoni

Claudio Benzoni

Quanto è piccolo ed austero, tanto è forte ed esplosivo. Fin dal titolo, questo aureo libretto sceglie la strategia del volare basso: si chiama, infatti, “Prima di Varese”. Ma già nel sottotitolo, qualcosa traspare delle sue potenzialità distruttive: definisce “enigmatica” l’origine del territorio varesino. Lo ha scritto Claudio Benzoni, conosciuto editore del capoluogo. Qualche anno di dure letture, qualche verifica sul campo in giro per il mondo (su steli e monumenti), una scrittura scorrevole partita a gennaio e terminata questa estate. E a Benzoni sono bastate poco più di un centinaio di pagine per dare scacco matto alla mitologia della Padania.

In altre parole, in questo piccolo e prezioso libretto si fa a pezzi una serie infinita di certezze senza fondamento, di triti luoghi comuni, di leggende metropolitane che riempiono l’Olimpo di Umberto Bossi e dei suoi seguaci. Quali le origini della Regio Insubrica? Come e quando nasce Varese? Tra le pieghe del passato Benzoni ritrova le radici degli slogan del presente. A partire dalla famosa civiltà di Golasecca esistente nel Verbano, tanto venerata dai lumbard. Grandi eroi? Gloriosi guerrieri? Figuriamoci: era un popolo di piccoli commercianti dediti agli scambi. Giunti da nordiche brume wagneriane? Macché: indigeni, autoctoni, gente di casa. E i Celti? Sì, certo, ci fu un’invasione dell’Europa da parte loro, ma non si trattava di un popolo, forte e coeso, ma di una serie di tanti clan e tribù, dispersi per il territorio, dalla vita sociale elementare.

Una disunione che portò i Celti ad essere presto fagocitati dai Romani. E i famosi Insubri considerati, nelle adunate di Pontida, i figli dei golasecchiani? I grandi invasori del Nord che generano questa terra operosa e forte? Tra Golasecca e loro nessun legame, nessun documento che lo confermi, si legge nel libro di Benzoni. Datevi pace, insomma. E quanto, infine, al nome di Varese? E’ vero che contiene la radice celtica “var”? Una radice un po’ troppo gettonata, a quanto pare: se ne parla, infatti, in Francia, in Valle d’Aosta, a Varallo Sesia, e chi più ne ha, più ne metta. Dunque, meglio un po’ più di prudenza. Senza creare cortocircuiti tra la storia e il presente. Soprattutto, nessuno scontato itinerario che conduca allegramente dalle maschie corazze dei Celti alle celoduriste camicie verdi del Carroccio.

29 ottobre 2009
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