Cinema

Nel film “Amore 14″, in uscita nelle sale, l’adolescenza secondo Moccia. Sogno o realtà?

Veronica OlivierFederico Moccia racconta l’adolescenza: la più ovvia, la più scontata, la più banale. L’adolescenza che esce dai Baci Perugina, con promesse incartate e siparietti argentati. Le stelle nel cielo, la luna che splende, l’amore indisciplinato (ma come e quanto?) ed eterno. Se Moccia sapesse cosa è veramente l’amore e l’adolescenza, smetterebbe di trattare i giovani quattordicenni come poveri imbecilli o pupazzi che vivono la loro rivoluzione patinata. L’amore è odio, pazienza, comprensione, tolleranza, sopportazione. E’ perseveranza, sacrificio, rinuncia. L’amore non è quello dei 14 anni, e questo è meglio accettarlo da subito. I giovani di oggi scrutano a fatica l’orizzonte da un limbo di tali ovvietà che Federico Moccia è ciò che si meritano. “Tre metri sopra il cielo” è stato un romanzo “cult” di indefinibili qualunquismi. Svenevoli “cortometraggi” di sentimentalismo infantile, levigato da storie che con la vita hanno poco a che fare. I giovani crescono in fretta, e sarebbe meglio focalizzarsi sulle loro sofferenze, sulle loro mancanze, sulle loro estraneità e sulle loro devianze piuttosto che dipingere l’adolescenza come un muro di cemento liscio e messo “a bolla”. Moccia forse lo sa, ma la furbizia delle argomentazioni supera qualsiasi buona volontà: “Amore 14” uscirà nelle sale cinematografiche il 30 ottobre. L’attesa è alta per una storia che – si presuppone, conoscendo l’autore – è già stata raccontata milioni di volte, almeno da quando l’uomo si è accorto che gli adolescenti crescono soffrendo. Si dice che “in questo film Moccia vuole invitare i giovani a vivere nel modo migliore, pienamente l’adolescenza in tutti i suoi aspetti. L’ambientazione è scolastica…”. Perché Moccia non si fa un giro tra gli adolescenti di oggi: cocainomani, ragazzine sulle chat a vendere le loro nudità per qualche euro, pornografia gratuita, violenza nei confronti dei diversi (nel colore della pelle o nell’aspetto fisico e mentale), coltelli e pugni. Ed il brutto è che tutto ciò nasce già dai dieci anni in su: la società non ha più barriere e le famiglie si trovano in un tormento che non può essere risolto né con i servizi giornalistici, né con i film che attraverso una sociologia spicciola e lieve tentano di spiegarci come vivono gli adolescenti. Oggi la scuola – il luogo che Moccia predilige, descrive e presenta come set principale dei tredicenni – è lontana dall’avvicinare, cinematograficamente, i modelli statunitensi dei collegi-riformatori, dove la polizia ti passa al metal detector prima di consentirti l’accesso. Ma a guardare i fatti di cronaca, non si è poi così lontani. I registi contemporanei – soprattutto coloro che vogliono raccontare un preciso spaccato sociale – dovrebbero ritornare al neorealismo (troppo se si chiede di guarda al modello dei “Ragazzi dello Zoo di Berlino”?) ed interrogare le persone nelle strade, nei vicoli, nelle case popolari. Dovrebbero chiedersi perché la sporcizia sociale si sta accumulando, perché le famiglie parcheggiano i figli dinanzi ai televisori o concedono loro la libertà come se fosse un panino al fast food. Chi fa cinema deve esercitare la cultura alta ed evitare gli strumenti tipici della cultura di massa, dove il pubblico distorce la propria esistenza sovrapponendola a quella –falsa e stentorea – del protagonista di turno. Belloccio, affascinante, irresistibile: starità deboli e prive di emozioni sincere. La finzione, in questi casi, raddoppia il suo danno: gli adolescenti radicano il mito nei loro comportamenti quotidiani. L’intento di Moccia, probabilmente, è quello di insegnare ai giovani i giusti ideali attraendoli attraverso scene vissute personalmente o desiderate: attenzione alla distorsione emozionale che è tipica dei quattordicenni. Piuttosto dichiariamo a questi ragazzi quanto brutta e dura possa essere la vita senza virtù, senza studio, senza passioni. Diciamogli che la vita non va buttata, che non tutte le esperienze devono essere fatte nell’adolescenza, che si cresce per nutrire anche la propria anima. Che si impara con gli anni e che il bello può stupirli in qualsiasi momento della loro vita. L’adolescenza, e tutto ciò che porta, può cambiare un ragazzo in meglio o in peggio: la guida spetta alla famiglia, la prima cellula di una società sana. O, almeno, così lo è ancora per chi ci crede e continuerà a crederci.

28 ottobre 2009 Davide Ielmini d.ielmini@varesereport.it
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