Arte

Willy Varlin e le sue “telacce” ironiche e spietate. Crespi: tutto inizia dal non-luogo che è la Svizzera

Willy Varlin

Willy Varlin

Grandissimo Varlin. Capace di smarcarsi da ogni certezza assoluta, da ogni sottile dominio della ragionevolezza, da ogni efferato concetto di progresso. Alla mostra proposta alla Galleria Ghiggini di Varese, nell’ambito del Premio Chiara, con il titolo “Willy Varlin e i suoi amici scrittori”, a cura di Stefano Crespi (si potrà visitare fino all’8 novembre), sono le grandi tele a sovrastare il visitatore. “Telacce” nelle quali colore che penetra nella trama, grumi e segni che galleggiano sulla juta. Come lo stesso artista grande-borghese che si dissimula nell’umile Varlin galleggia in quello che ieri sera, acutamente, il critico Stefano Crespi ha definito (vi ricordate Augé) il “non luogo” della Svizzera.  Forse è proprio questa condizione di “vita liquida”, come la definirebbe il sociologo Zygmunt Bauman, la radice della sovrana, geniale, irredimibile ironia, che qualche volta tracima anche nel sarcasmo amaro. Ancora Crespi: citando la triade novecentesca, di testoriana memoria, Giacometti, Bacon, lo stesso Varlin, se in Bacon resta una parvenza di ideologia, in Varlin entra dal portone principale in un mondo di ironia per l’ironia. Sfacciato e straripante l’enorme “Nudo di Leni”, inquieto e travagliato il ritratto di Testori, ma poi c’è la perla del quadro “Alain ed Elda”, dove troneggia un Alain-Lorenzaccio rinascimentale, solare e spavaldo. E tutti noi, piccoli visitatori, a rendere omaggio ad un artista che giganteggia nel deserto minimalista di oggi. Putroppo all’inaugurazione non erano presenti esponenti delle istituzioni locali, né Provincia, né Comune di Varese.

9 ottobre 2009
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