Musica

Il Rossini “sacro” dello “Stabat Mater” proposto alla Chiesa dei Frati Minori di Busto Arsizio

Gioacchino Rossini

Gioacchino Rossini

Tutto sommato, a Rossini bastarono due composizioni sacre per entrare nell’Olimpo dei compositori che al genere diedero maggiore lustro: la Petite messe solenelle e lo Stabat Mater. A quest’ultimo, un’icona della musica religiosa dell’Ottocento, è dedicato il concerto di domenica 4, alle 21, alla Chiesa dei Frati Minori, in Piazza P. G. Mora 2, a Busto Arsizio. Ingresso rigorosamente gratuito per un appuntamento che ha ormai tagliato il traguardo della venticinquesima edizione e che, da tutti coloro che si dicono appassionati di musica, è considerato un’imperdibile occasione per celebrare in comunità la festa di San Francesco, patrono d’Italia. Ed è appunto il nostro Paese, con l’ambigua figura di Gioacchino Rossini – cultore delle note ma anche del cibo e delle donne – a risultare vincente da questa partitura eseguita, nella versione autorizzata dal compositore, il 7 gennaio 1842 al Théatre Italien di Parigi. Il 18 marzo dello stesso anno fu la volta di Bologna, dove l’opera ricevette il plauso di un pubblico che rischiava di disaffezionarsi a Rossini causa la sua assenza dalle scene da oltre dieci anni: il Guillaume Tell risale al 1829. E con lo Stabat Mater, il nostro Gioacchino si espone in un territorio che riesce a sintetizzare l’ideale teatrale con la severità della pulizia compositiva del Palestrina e del canto liturgico tradizionale. Come scrive Paolo Fabbri, “con la novità di questo Stabat Mater Rossini dimostrava di non aver abbandonato affatto un proprio percorso creativo, ma di averlo soltanto interiorizzato e coltivato in silenzio: osa esso affiorava, come una vena carsica”. La vena che predilige un dialogo, nello stesso tempo serrato e “libero”, tra il raziocinio del cervello ed i sussulti del cuore. Un lavoro impegnativo proprio perché teso a governare una materia musicale di particolare spessore e che Claudio Casini definiva, parlando dello Stabat Mater e della Petite messe solennelle, come “qualcosa di più che peccati di vecchiaia, perché essi si presentano come reviviscenze della tradizione settecentesca di musica sacra in chiave moderna”. Ed è proprio quel senso di apertura ad una diversità controllata (perché Rossini sviluppa il linguaggio ma osserva attentamente le evoluzioni della musica del suo tempo, ponderandole) che fece dell’autore un uomo in grado di aprire nuove porte a Bellini, Donizetti, Verdi. L’Orchestra Sinfonica “Carlo Coccia” di Novara (diretta da Renato Beretta), con quattro solisti ed il Coro “Ars Cantica Choir” di Milano, affidato a Marco Berrini, dovrà quindi protendere alla perfezione di una musica estremamente sensibile nella quale gli equilibri tra voci soliste, orchestra e coro si manifestano con forza e solennità. In questo caso, anche una minima sbavatura comprometterebbe l’intera esecuzione.

4 ottobre 2009 Davide Ielmini d.ielmini@varesereport.it
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