Musica

“Papà Haydn” conclude i concerti a Villa Cagnola

Diego Fasolis

Diego Fasolis

Volendo scrivere di Franz Joseph Haydn – l’autore al quale è dedicato l’ultimo concerto di Musica in Villa, sabato 8 agosto, alle 21, a Villa Cagnola (ingresso euro 10 e 14) sarà bene non dimenticarsi di un concetto estetico-sociale evidenziato da Claudio Casini. Cioè che “il compositore si considerava parte integrante del migliore dei mondi possibili, realizzato nella patriarcale società asburgica”, ed era convinto del fatto che la musica fosse una teologia” da celebrare con la costruzione di gioielli imperituri”. Questo costò ad Haydn una grossa fatica, perché non fu un enfant-prodige, poteva “vantare” (nel Settecento era meglio non farlo) origini contadine, scoprì tardi le donne (ed il suo rapporto con queste fu sempre una tragedia) e all’età di trent’anni – per il suo aspetto e l’abbigliamento demodé – era chiamato da giovani e vecchi “papà Haydn”.Insomma, di lui ci rimane solo la musica, perché a quella si dedicò sempre con la fedeltà di un marito perennemente innamorato. Il resto è già stato consegnato alla Storia, e le sue sinfonie (ne scrisse 108 facendo tesoro di tutto ciò che i suoi predecessori avevano inventato in tale campo), non necessitano ulteriori commenti. La 101, che ascolteremo sabato dall’Orchestra della Svizzera Italiana (OSI) diretta da Diego Fasolis, è una miniatura di idee e umorismo. “L’Orologio” – così fu battezzata – è uno “schiribizzo” dove il descrittivismo è solo un futile gioco. Appassionante, senza dubbio, ma sinceramente adottato da Franz più per seguire i gusti del pubblico dell’epoca che per soddisfare personali esigenze di espressione. Il tutto, infatti, dev’essere sempre e severamente inserito nella cornice di una musicalità che in Haydn non potrebbe esistere in assenza di strutture ben definite. Secondo la leggenda del Settecento, generate da un “segreto di natura matematica”. Anche se è difficile immaginarsi questo ometto, con il collo incassato nel tronco e la testa enorme a poggiare direttamente sulle spalle (insomma, brutto a vedersi), ricurvo sulla tastiera a “compitare” formule algebriche. Ma così fu, e qualche dubbio resiste ancora oggi all’ascolto della Feuersymphonie n. 59 in la maggiore, un’ubriacatura di note che esagera in stile aprendo con un Presto da brillantoni per chiudere sul ritmo di un Allegro assai da vero genio della strumentazione. Ed ora il la pietra preziosa: il Concerto per tromba (solista Sébastien Galley, prima parte dell’OSI e virtuoso diplomatosi al Conservatorio Superiore di Ginevra) in mi bemolle maggiore. Commissionato da Anton Weidinger, che sviluppò la tromba a chiavi (antenata di quella che si conosce oggi), il lavoro fu presentato al Burgtheater di Vienna il 20 marzo 1800. Fu una scoperta soprattutto per Haydn, perché il nuovo strumento gli regalò così tante occasioni di muoversi sulla tavolozza timbrica da lasciare l’ascoltatore stupito di fronte ad una tale esibizione di passaggi cromatici. E Weidinger ringraziò.

7 agosto 2009 Davide Ielmini d.ielmini@varesereport.it
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