Musica

A Villa Cagnola “si flirta” col cinema

Jerry Lewis

Jerry Lewis

La magia di Leroy Anderson, definito da John Williams “uno fra i più grandi maestri della musica orchestrale leggera”, è infallibile. Anche chi non lo conosce – soprattutto coloro che non sono mai entrati in confidenza con i suoi lavori – si fissa estasiato sul ticchettare di un brano che Jerry Lewis ha affrontato con il suo solito spirito sornione in “Who’s minding the store” (“Dove vai sono guai”). Il comico siede di fronte ad un macchina da scrivere invisibile (strumento utilizzato anche da Krzysztof Penderecki in “Fluorescences”, ma con una minore attenzione al rumore) e comincia la performance. Il battere è suono, ritmo, mimica. “The Typewriter” non poteva mancare nella scaletta che l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano – diretta da Federico Mantovani – presenterà sabato 1° agosto, alle 21, a Villa Cagnola (biglietto a euro 10 e 14). E’ un cult di quello stile compositivo che, beffardamente, si prende gioco degli oggetti comuni del vivere quotidiano per entrare di diritto – e a sua insaputa – nella sfera del pensiero contemporaneo. Invero, “The Typewriter” è più musicale di qualsiasi altra opera “di disimpegno” scritta per orchestra. E’ ironica, sovversiva, capricciosa. E siamo solo negli anni Cinquanta del Novecento. L’orchestrazione non forza mai la mano, e nella tradizione di Anderson preferisce solleticare l’ascoltatore piuttosto che sollevare quesiti scomodi sull’esistenza. Per l’appunto una scrittura per solista comico, adatta alla commedia statunitense degli equivoci, barbaramente data in pasto all’ascoltatore-spettatore. Un felice connubio di teatralità e “musica delle macchine”. Certo, non quelle di Prokofiev, Honegger, Varèse, Antheil o Mossolov, tutti ispirati – ma non sempre – dall’idea di un suono che fosse motrice quasi “meccanica” e fonte di rappresentazione di pulegge e altiforni. La direzione intrapresa da Anderson è del tutto differente. In “The Typewriter” la serietà dell’ispirazione mira addirittura a ridicolizzare l’interprete che, però, se sa il fatto suo sfugge alla farsa per dimostrare quanto la classe e l’abilità facciano di una macchina da scrivere un oggetto elaborato di fantasia. In fondo si potrebbe parlare della  metamorfosi di un pianista costretto, secondo la legge del contrappasso, a diteggiare su di una tastiera innaturale, antimusicale e, per l’appunto, monotimbrica. Ma leggere e invasive – epidermicamente invasive – sono tutte le opere dell’artista statunitense. Opere presentate, per la maggior parte in prima esecuzione, dalla Boston Pops Orchestra sotto la direzione di Arthur Fiedler e dalla Cincinnati Pops Orchestra con Erich Kunzel, che dal 1988 ha registrato le partiture mai pubblicate da Anderson. Si tratta di miniature per le quali Federico Mantovani nutre una vera passione, a tal punto da divenire un punto di riferimento, anche in America, per questo genere musicale “strampalato” ma di sicuro impatto emozionale. Sia si tratti di “The Waltzing Cat”, “Plink, Plank, Plunk”, “Blue Tango” o “The Syncopated Clock”. Da Anderson a Andrew Lloyd Webber il passo é breve. La suite da “Il fantasma dell’opera” non necessita presentazioni: un musical superbo che ammalia con la saggezza di chi ha saputo coniugare la forma canzone ad una scrittura ricca e affascinante. In questo caso, regalata all’eternità.

31 luglio 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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