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La ferocia nazista nelle memorie di “Camen” Pajetta. In libreria grazie ad una ristampa dell’Anpi

varsaviaLa terribile realtà dei campi di sterminio uscì assai lentamente, goccia a goccia, perchè nessuno, dopo la fine della guerra, avrebbe potuto credere a quanto era avvenuto. C’erano ritrosia, smarrimento, pena fra i superstiti, increduli di essere usciti vivi dall’inferno. C’era inoltre vivissimo il timore di non essere creduti. Giuliano Pajetta “Camen”, il fratello di Giancarlo e di Gaspare, i figli di ” mamma Elvira”, lo storico ceppo familiare di Taino, reduce da Mauthausen, fu fra i primissimi a rompere il cerchio del silenzio con un libretto edito da Orazio Picardi di Milano nel 1946. Un saggio in cui l’universo concentrazionario del Terzo Reich con le sue macchine di morte veniva descritto nei particolari, rivelando quello che era sconosciuto a tutto il mondo. Ci fu quando il libretto uscì forte emozione. Oggi Arterigere di Varese di Carlo Scardeoni e Mario Chiarotto, un piccola preziosa casa editrice con la sua “Collana della Memoria”, per iniziativa dell’Anpi, l’Associazione Partigiani d’Italia ripubblica in copia anastatica (dopo un’edizione del 2001) “Mauthausen” (pp. 33, euro 5) con una presentazione di Angelo Chiesa, una mia breve prefazione e un disegno di Aldo Carpi “Carro di morti davanti al deposito del crematorio, Gusen 1945. Il prezioso libretto seppur segnato dagli anni, brilla di una sua luce che è il portato della storia da non dimenticare e resta uno strumento ancora necessario mentre il vento reazionario e revisionistico spira violentissimo con una vera e propria campagna di discredito e di falsificazione. La voce narrante, quella di Giuliano, allora non ancora trentenne, è di grande autorevolezza. Volontario nella guerra di Spagna nelle Brigate Internazionali, combattente nel “maquis” francese e nella Resistenza italiana, fatto prigioniero dai nazifascisti, deportato mentre il comandante del 3° Gap “Rubini” di Milano Giovanni Pesce era riuscito, per ordine del Comando Generale delle “Garibaldi”, a catturare due ufficiali tedeschi fra Rho e Lainate, per uno scambio mancato sul filo delle ore mentre il vagone piombato con il giovane combattente comunista era già in viaggio verso il suo destino, descrive quello che negli anni successivi studi più articolati e più complessi avrebbero rivelato in ogni particolare. In questo senso il libro risente del clima del tempo quando era necessario far conoscere quella che era stata la programmazione del genocidio. Non a caso sotto il titolo del libretto, si leggevano queste parole: “.. Le SS presero delle sbarre di ferro e li finirono tutti. Pochi minuti dopo dei carri trainati da uomini potarono i cadaveri al crematorio”. Qualcosa che aveva dell’incredibile ma che presto diventò realtà per tutti. Quando uscì “Mauthausen” in Italia la ferocia dei nazi-fascista era ben nota con le pagine tragiche delle Fosse Ardeatine, di Boves, Marzabotto, Civitella Val di Chiana, la Benedicta e altri bagni di sangue. Ma pochi sapevano dei lager dove furono ingoiati ebrei, politici, militari, sacerdoti, minorati psichici, diversi, Testimoni di Geova. Da questa consapevolezza nacque il progetto di Pajetta che, una volta internato, non cessò di combattere entrando a fare parte come rappresentante degli italiani del Comitato di resistenza del campo.. Il suo fu un grido di denuncia ma anche il dettagliato resoconto di un diabolico meccanismo che aveva prodotto sei milioni di morti.

22 luglio 2009 - Franco Giannantoni - redazione@varesereport.it
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