Musica

Le opere e i giorni di Peppo Spagnoli. Ad Arcisate, dall’uomo che fondò l’etichetta Splasc(h) Records

Peppo Spagnoli

Peppo Spagnoli

Per Peppo Spagnoli, fondatore della Splasc(h) Records, una fra le maggiori etichette indipendenti del jazz italiano (ma non solo), la parabola ha ormai raggiunto lo zenith ed è prossima alla discesa. Perché la label ha preso il volo nel lontano 1982 con Tiziana Ghiglioni e sembra voglia chiudersi proprio con lei, protagonista di una fra le ultime produzioni della casa: “A MALe WALking in the caulDRON – The music of Mal Waldron”. Un disco sentito, ragionato, musicalmente intrigante. Un’opera di saggezza dove il Bello non è una sensazione, ma si agguanta, si raggiunge, si vive. Eppure Spagnoli, 75 anni compiuti, non nasconde la stanchezza: “Per il mercato – perché ci sono tante, forse troppe – etichette. Perché i cd si consumano come panini. Perché la concorrenza è spietata nonostante l’America non sia più la sola e unica patria del jazz. Gli artisti di casa nostra hanno lasciato alle loro spalle, da decenni, l’eredità di “figli di un dio minore””. L’avventura Splasc(h) cavalca ancora l’onda nel ricordo di quei primi dischi incisi da Basso, Manusardi, Sellani, Fresu (che da tanti anni è francese d’adozione, ha pubblicato con le maggiori major mondiali, si è prestato al teatro, al balletto, alla contaminazione). Però nella casetta di Spagnoli, nel centro di Arcisate, arrivano sempre meno nastri: “La crisi, per il mondo del jazz, non è una novità. Quando riesci ad agguantare un musicista di talento gioisci, ma sai che prima o poi qualcuno te lo poterà via. E’ come se ti rubassero un gioiello di famiglia”. Gli scaffali accalcati di dischi, libri, fotografie: nel “laboratorio” di Peppo – panteista musicale, pittore recensito da Piero Chiara, un tempo imprenditore di disegni per il tessile – si respira un’aria densa di mezzo toscano all’Anisette, di stereo surriscaldato, di vecchie storie. Tutto – jazz e classica (della quale è un cultore quasi spregiudicato) – si mischia in una torpedine di suoni, rumori, parole. Tra pochi anni l’etichetta compirà trent’anni, ma al solo pensiero Spagnoli glissa: “Meglio guardare al presente e all’immediato, ma senza concedersi alle mode ed ai testacoda del pubblico. La qualità non si discute: se dovessimo tralasciare anche quella…”. Splasc(h) non lo farà mai: ha dato voce a tanti jazzisti dell’intera Penisola, ha sposato la sperimentazione, ha regalato agli appassionati una rivisitazione del tutto nuova delle canzoni italiane, ha esplorato i mondi dell’avanguardia ed i suoi dischi hanno fatto incetta, in tutto questo tempo, di numerosi primi posti nel Top Jazz di Musica Jazz e di riconoscimenti internazionali. Il percorso ha lasciato un’impronta indelebile, “ed ho fatto quello che dovevo”, incalza Peppo. Abituato alle sfide – quando decise, per esempio, di “intaccare” l’impero statunitense producendo Anthony Braxton. Butch Morris, Matthew Shipp, David S. Ware – e implacabile nell’affidarsi alle sue orecchie (<la qualità di un buon disco la cogli da subito>) ed alla sua esperienza – Spagnoli è un’istituzione del mondo discografico. Di quelle “indie” che coraggiosamente hanno prodotto sino all’esaurimento. Perché quando ti trovavi per le mani un lavoro di Carlo Actis Dato, Riccardo Fassi, Giorgio Gaslini, Umberto Petrin o degli Arundo Donax e degli Odwalla, ti chiedevi dove potesse andare la musica. E come potesse raggiungere quelle sponde sconosciute. Ad Arcisate arrivò anche Luca Flores – il genio suicida celebrato da Walter Veltroni nel libro “Il disco del mondo” – che suonava con la leggerezza tipica di chi coglie l’attimo fuggente. E toccava note che sembravano non esistere. Le melodie di Flores aleggiano ancora con intensità: un miracolo di gioventù. E poi, ancora, Gianluigi Trovesi – uno fra i più ispirati – e l’Italia percorsa da Udine e Trieste a Siracusa. Non sono mancati, nella scuderia Splasc(h), neppure Tullio De Piscopo, Patrizia Scascitelli (storica allieva di Gaslini), Piero Bassini (pianista di idee progressiste), Tino Tracanna (sax del quintetto di Paolo Fresu). Un elenco di nomi che somiglia ad una rubrica telefonica redatta in tante lingue diverse. E’ questo ciò che ha fatto Spagnoli: talent-scout di provincia con il quale si andava a Crema, al Teatro Ponchielli, nei ritrovi e negli studi di incisione di Milano. E lui, ogni estate, a Siena (per i seminari jazz), a Berchidda (al festival sardo di Fresu), a Roma. Per Peppo tutto è suono e meraviglia. Certo è difficile entusiasmarsi quando una crisalide vola ormai da farfalla adulta e sfoggia i colori delle ali da tanti anni. Ma i nastri da valutare, pochi o tanti che siano, sono ancora lì. Torri di musica depositate sulla scrivania, pronte a lasciarsi scoprire. Spagnoli afferra una cassetta, la inserisce nello stereo, e dice: “Cosa ne pensa?”.

19 luglio 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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