Musica

La Tzigana di Budapest, dal Balaton a Gazzada con nostalgia

home2_02L’Orchestra Tzigana di Budapest – di scena sabato 18 alle 21 a Villa Cagnola (biglietti a euro 10 e 14) – non è nuova al pubblico di Musica in Villa. E chi ottiene un buon successo sotto quel porticato, solitamente ci ritorna: perché contattato nuovamente dall’organizzazione o perché si affeziona così tanto al parco monumentale e orizzonteo, che sembra un imperativo doverci essere ogni estate. Capirete che per i musicisti dell’Europa dell’Est, l’Italia è il Paradiso: il clima solare, la luce calda e sensuale, il cielo bluette striato da sostanziose nuvole bianche ed il carattere “caciarone” dei mediterranei, sono una tentazione. Non c’è nulla di meglio per questa compagine fondata nel 1969 per volontà di Antal Szalay e animata dalla sincera volontà – se vogliamo con un poco di retorica ma tanta buona fede – nel recuperare il repertorio della musica tzigana. E qui il discorso si ramifica e va a colpire, come si fa solitamente, Bartok e Kodaly: gli antesignani della ricerca etno-musicologica. Lasciamo che le loro anime riposino in pace e manteniamo il discorso ad un livello a mezz’aria dove intenderci è più semplice. Con l’Orchestra di Budapest si balla, si prega danzando, ci si innamora al ritmo di 2/4 o 4/4. Accelerare e iniettare ritmo e potenza alla csardas – da non confondere con la csarda, osteria tipica di quei luoghi – spetta all’abilità degli artisti. Perché nell’Europa dell’Est – culla della musica yiddish o klezmer: comunque si dica, ebraica – l’improvvisazione è una pratica comune, vitale espressione di abilità e conoscenza. Una gara di bravura che riesce a mantenere sempre un filo conduttore con la sua anima più popolare e arcaica. Con il rischio di attorcigliarsi su se stessa, la csardas potrebbe essere definita come una sorta di “ubriacatura” dettata dal turbinio delle note che circolano, si ripetono, guizzano freneticamente. Eppure, questa danza tradizionale sa farsi pensosa e malinconica come nella miglior tradizione delle coste del Balaton. Con il violino rigorosamente poggiato all’altezza dell’ascelle e sotto il mento: dicasi, all’ungherese. Ecco qui: nulla di più spontaneo e meravigliosamente naturale per una forma musicale che risale al XVIII secolo e diviene danza di reclutamento dell’esercito ungherese. Caratterizzata dall’alternanza di tempi lenti (lassù) e veloci (friss), la csardas ha contagiato molti fra i maggiori compositori di tutti i tempi. Kalman, Liszy, Brahms, Johann Strauss, de Sarasate, Tchaikovsky. Tutti la proiettarono con originalità nei loro mondi, anche solo come frammento sonoro, reminiscenza o ideale strumento per ricerche artistiche ormai mature. D’altronde, la csardas ben si adatta ad essere plasmata e a seguire le piroette dell’immaginazione. E anche in questo caso l’Italia ne uscì vincente, perché una fra le danze più famose fu scritta da quel Vittorio Monti, che ne fece un picco del virtuosismo per violino e pianoforte e che chiude trionfalmente il concerto di sabato. Ravviato da un programma incredibilmente versatile tra le note di Binari, Remenyi, Brahms, Farks, Boulanger, Dinicu e Kaciaturiam.

18 luglio 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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