Economia

Lezione Liuc alle aziende che “sbarcano” nei paesi islamici. Prima regola: rispettare le tradizioni

musulmani_internoNon ci sono solo i dettami, noti ai più, sulla carne di suino o sul consumo degli alcolici. Un musulmano praticante non può mangiare uno spuntino che, dalla fabbrica al negozio, sia stato trasportato vicino a del tabacco. Così come gli è vietato gustare qualsiasi cibo fritto nello stesso olio con cui sia stato cucinato prima del maiale. E non è solo questione di alimenti. Le stesse donne islamiche non possono truccarsi con prodotti di cosmesi che contengano grassi animali o testati su cavie da laboratorio. Solo alcuni esempi di informazioni che le imprese devono tener presente se vogliono sbarcare sui mercati dei paesi islamici. Un bacino di business tra i più promettenti, fatto di 1,5 miliardi di persone e ad alto tasso di crescita. Basti pensare che nel 2008 le esportazioni varesine con destinazione gli Stati a maggioranza islamica hanno toccato un valore di 1,3 miliardi di euro, in crescita del 23,8% rispetto ai livelli del 2007. Sul totale delle esportazioni varesine il 14% è stato piazzato sui mercati musulmani. I partner commerciali più importanti dell’economia varesina sono gli Emirati Arabi Uniti (201 milioni le esportazioni provinciali nel paese nel 2008), la Turchia (185,6 milioni), l’Arabia Saudita (178, 3 milioni), il Qatar (83 milioni), la Nigeria (80,8 milioni).  E’ anche in questi numeri che stanno i motivi che hanno spinto l’Unione degli Industriali della Provincia di Varese ad organizzare questa mattina, in collaborazione con l’Unità di Studi su Tecnologia, Innovazione e Sostenibilità dell’Università Carlo Cattaneo – LIUC, un convegno sul tema “Innovazione e marketing per i mercati islamici”. Obiettivo dell’appuntamento, che si inserisce nel più ampio ciclo di seminari 2009 per le imprese “Laboratorio d’Innovazione”, è stato quello di far conoscere agli imprenditori varesini le opportunità che possono offrire le economie dei Paesi islamici. Da cogliere tenendo presente usi e costumi da rispettare attraverso i cosiddetti prodotti certificati halal, ossia rispondenti ai dettami della Shariah, la legge islamica. Un argomento sul quale l’Università LIUC ha costituito un gruppo di lavoro per sviluppare iniziative di ricerca, studio e formazione di cui fa parte Emanuele Pizzurno, ricercatore della Facoltà d’Ingegneria, tra i relatori del convegno, al quale hanno assistito, tramite collegamento video, anche una decina di industriali di Sondrio. Intervento, quello di Pizzurno, partito da una constatazione numerica. “Affrontare il tema dei prodotti halal e di come approcciare i consumatori islamici – è stata la premessa di Pizzurno – non è solo una questione di commercio internazionale. Il mercato musulmano, ormai, è anche domestico. Nel nostro Paese vivono 1,5 milioni di fedeli islamici, in Europa 20 milioni”. Un mercato che necessita un’attenta preparazione da parte delle imprese, prima di essere affrontato: “La commercializzazione e l’esportazione di prodotti non può prescindere, infatti, dalla conoscenza approfondita dei gusti e delle esigenze di una così vasta comunità”. Dagli integratori farmaceutici, ai cosmetici. Dai giocattoli, all’abbigliamento. Passando per i prodotti dell’editoria, della chimica, della telefonia. Per tutti i settori il consiglio proposto da Pizzurno è stato quello di “sviluppare un’azione di marketing avente come fine quello di informare il consumatore che, non solo il prodotto, ma anche lo stesso processo produttivo, sia halal”. Di più. “Occorre anche predisporre modalità di comunicazione pubblicitaria rispettose tanto della religione quanto delle tradizioni e delle sensibilità dei diversi Paesi”. Perché sotto la definizione di mondo islamico si celano diverse storie, culture e costumi che le imprese non possono non tener presente. Il primo errore che si rischia di fare, ha avvertito la platea di imprenditori Stefano Ferrari, International Sales Director Middle East Region dell’azienda Scandura Srl (produttrice di sistemi e servizi per la taratura per la strumentazione industriale di misura), è quello di pensare che lo stesso prodotto possa andare bene per tutti i Paesi islamici. “Ogni mercato – ha precisato Ferrari – è un mondo a sé. Fare business è estremamente diverso da paese a paese. È impossibile, per esempio, scegliere un unico partner valido per la commercializzazione dei propri prodotti su tutti i mercati musulmani”. Non vendere sottocosto, perché vietato dalla Shariah; proporre un primo campione gratuito, sempre molto apprezzato dai musulmani; non associare mai un nome o un marchio a concetti religiosi, ritenuto altamente offensivo: questi alcuni dei consigli dati da Ferrari che ha indicato nel Qatar e negli Emirati Arabi i paesi più promettenti, “mercati che stanno vivendo una crescita vertiginosa”. Parole a cui hanno fatto da eco quelle di Yahya Pallavicini, Vicepresidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana (Co. Re. Is.) che ha collaborato alla redazione di un disciplinare per le imprese italiane intenzionate a cimentarsi nella realizzazione di prodotti certificati halal. “Un primo passo concreto di sintesi svolto insieme a Regione Lombardia, Unioncamere Lombardia e Camera di Commercio di Milano”, lo ha definito Yahya Pallavicini che ha insistito su un aspetto: “Un prodotto halal non è solo un bene lecito per la legge islamica. Prima di questo, un prodotto che vuole avere una certificazione halal deve essere innanzitutto aderente alla legislazione italiana”. Nei giocattoli, la bambola Fulla, una sorta di Barbie in stile islamico; nell’abbigliamento, il burkini un costume da bagno che fa da compromesso tra il bikini e il burqa. Questi, due esempi di prodotti rispettosi delle leggi islamiche. Come detto, non è solo questione di processi di macellazione o alcolici.

1 luglio 2009
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