Musica

I Carmina Burana, manifesto per la povertà della Chiesa

home4_01I Carmina Burana di Carl Orff – in programma martedì 30, alle 21.30, ai Giardini Estensi, con l’Orchestra Filarmonica di Milano, diretta dal maestro Pier Angelo Gelmini, nel nuovo allestimento realizzato dal regista Mario Migliara (biglietti a euro 15, 18,50 e 25) nell’ambito della rassegna Teatro d’Estate – rappresentano una spaccatura nel mondo della musica contemporanea. Per di più, si fanno forti di quella integrità concettuale di cui Orff fu un esponente di spicco. I Carmina – 24 poemi in grado di allontanare chiunque ascoltatore con il titolo originale di “Cantiones profanae cantoribus et choris cantandae, comitantibus instrumentis atque imaginibus magic” – furono scritti tra il 1935 ed il 1936. Sono testi poetici raccolti in un manoscritto del XIII secolo, ritrovato nel convento di Benediktbeuern ed ora custodito nella Biblioteca Nazionale di Monaco di Baviera. Materiale di pregio storico, quindi, ma perché così importante? I Carmina, in realtà, sono un codice che affronta la satira, la morale, l’amore, l’erotismo, i canti bacchici e tutto ciò che è contenuto nel campo del sacrale. I testi – ai quali Orff offre una sorta di rinascimento musicale articolato e dalla particolare enfasi medioevale (con le melodie del canto gregoriano ma con numerosi problemi da risolvere sotto il punto di vista armonico e ritmico) – non lasciano spazio né all’immaginazione, né al perdono. Ciò che si narra in questi canti è la corruzione della Chiesa attraverso l’opera di quei clerici vangantes – autori delle liriche – che sempre si batterono contro un clero mondano e dedito al vizio. Ci troviamo di fronte ad una sorta di contemplazione assoluta che respinge la mistica “pagana” e giudica un mondo che non può ammettere la ricchezza, la lussuria e l’ostentazione dello spreco da parte di chi si dice “sposo” di Cristo. Non si può conciliare l’alta spiritualità con la depravazione. Così, nel carme n. 10, si recita: “La morte ormai regna sui prelati che non vogliono amministrare i sacramenti senza ottenere ricompense…Sono ladri e non apostoli, e distruggono la legge del Signore”. Così, nel carme n. 11: “Sulla terra in questi tempi il denaro è re assoluto…La venale curia papale ne è quanto mai golosa. Esso impera nelle celle degli abati e la folla dei priori, nelle loro cappe nere, inneggia solo a lui”. Una raccolta di cantici che conduce a riflessioni amare perché legate a problemi tutt’oggi irrisolti. Quante volte – a partire da molti pensatori dell’Ottocento e del XX secolo, compresi teologi coraggiosi – ci si interroga sull’esigenza di una Chiesa povera, più vicina alle crepe della società, più riflessiva nei confronti dei cambiamenti dell’era “liquida”, come la definisce Zygmunt Barman? E questa non è blasfemia, ma realismo. La povertà chiede la vicinanza di Dio attraverso il sacrificio non solo dei suoi soldati, ma anche, e soprattutto, dei suoi generali.

28 giugno 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi