Storia

Repubblica sociale, un fantoccio nelle mani dei tedeschi. Un utile antidoto alle mitologie destrorse

duce_internoNo, non ci fu un solo spazio, né politico, né amministrativo, né militare in cui la Repubblica Sociale italiana, voluta dai tedeschi e affidata per la formale gestione a Mussolini dopo la disfatta del 25 luglio, potè esercitare una sua autonoma scelta. Fu una sudditanza pesante, amara, finanche disgustosa: i tedeschi lanciati verso il miraggio di un Nuovo Ordine Europeo nazista, imposero le loro leggi soffocando le benché minime aspirazioni di un governo che più volte implorò, con interventi diretti del duce presso Hitler, uno spazio di libertà entro il quale “salvare almeno la faccia dal ridicolo”, per dare l’impressione ad una popolazione sgomenta che un brandello di credibilità istituzionale esistesse ancora. La Germania non solo ignorò le lamentele dell’alleato-ostaggio, comunque a lei fedele per forza di cose, ma spinse il suo atteggiamento verso posizioni ancor più radicali, spegnendo via via ogni illusione e disegnando con l’annessione militare delle Zone di Operazioni dell’Alpenvorland (Trento, Bolzano, Belluno) e dell’Adriatisches Kustenland (Udine, Gorizia, Trieste), un vero e proprio progetto di futura annessione di quei territori a vittoria finale raggiunta. Un prezzo, come disse Goebbels, da fare pagare ai “traditori italiani”. Corrono i brividi a scorrere il saggio di Monica Fioravanzo, storica alla facoltà di Lettere dell’Università di Padova, che nel suo “Mussolini e Hitler. La Repubblica Sociale sotto il Terzo Reich” (Donzelli Editore, pp. 215, euro 16), con un originale e inedito lavoro di comparazione fra documenti tedeschi ed italiani, offre un’immagine cruda – smitizzante di ogni apologia destrorsa e di letture distratte del campo avverso che pur non sono mancate in questi decenni – di un fascismo in rovina, senza un suo esercito autonomo impedito dai generali germanici sospettosi della lealtà dell’Italia e con la miseria di quattro Divisioni addestrate nel Reich; con il fardello di un “contributo spese di guerra” dai 7, ai 10, ai 12 miliardi ogni mese fra il ’43 e il ’45; costretto a far fucilare Ciano ed altri congiurati del Gran Consiglio; con una catena impressionante di sequestri, furti, soprusi, appropriazioni di merci, di riserve auree e di capitali da parte degli occupanti; vittima delle manovre tese a strappare il controllo di enti, società (Assicurazioni Generali di Venezia), università; coinvolto da un accordo segreto nella repressione antisemita e nella deportazione operaia; segnato dal sangue innocente di massacri indiscriminati (almeno non colpite i cittadini fascisti, il resto può essere tollerato!); con spazi di giurisdizione limitata e progetti istituzionali sabotati, a cominciare dalla mitizzata “socializzazione” e dall’embargo commerciale con Paesi stranieri. “Una mucca macellata non può essere più munta”, si era affrettato a sostenere qualche collaboratore del Fuhrer davanti a un simile spettacolo. Ma il suggerimento venne ignorato e, fino all’ultimo, la Rsi, espressione di un potere fittizio, fu stritolata dalla macchina nazista. Mussolini- tesi del “mito” largamente smentita – non “si sacrificò”, come sostenne, per sottrarre l’Italia alla feroce vendetta straniera che, come si è visto, ci fu, scandita da programmi precisi. Il duce si assoggettò fin dalle prime mosse al disegno hitleriano di essere “organo esecutivo” del potere tedesco a patto che gli italiani non lo sapessero e rispose alle pulsioni personali di tornare al combattimento, conscio che comunque la resa dei conti, in un caso o nell’altro, sarebbe stata terribile. Un misto di incoscienza, incapacità politica e di fanatismo criminale fino alla forca di piazzale Loreto.

26 giugno 2009 - Franco Giannantoni - redazione@varesereport.it
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