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Fa bene
essere minoritari?
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Goffredo Fofi

Siamo sicuri che faccia bene coltivare orgogliosamente, tenacemente una “vocazione minoritaria”? Stare sempre dalla parte delle minoranze? E’ impossibile non ricordare la battuta di Nanni Moretti che, ad un incrocio deserto della capitale, dichiara ad un malcapitato proprietario di un auto di lusso: “Non credo nella maggioranza delle persone. Io mi troverò sempre a mio agio con una minoranza” (riguardatevi l’indimenticabile sequenza di “Caro Diario”). Ci ripensiamo sfogliando il volume, fresco di stampa, “La vocazione minoritaria”, un’intervista curata da Oreste Pivetta a Goffredo Fofi (per i tipi della Laterza), uno dei maestri della sinistra più eterodossa e “corsara”. Fofi è da sempre un libero battitore della nostra scena culturale, le sue battaglie culturali e politiche hanno sempre cantato fuori dal coro, non si è mai voluto integrare nelle grandi organizzazioni, ha sempre dato vita ad iniziative culturali ad alto tasso di qualità e non di quantità. Chiarissimo il punto di vista del direttore della bella rivista “Lo straniero”. “Quel che a me interessa di più sono le minoranze che chiamerei etiche – dice Fofi -: le persone che scelgono di essere minoranza, che decidono di esserlo per rispondere a un’urgenza morale. Se alla fine ci ritroviamo sempre in un mondo diviso tra poveri e ricchi, oppressi e oppressori, sfruttati e sfruttatori, nelle più diverse forme e sotto le più diverse latitudini, bisogna ogni volta ricominciare, e dire a questo stato di cose il nostro semplice ‘no’”. La questione è importante e riguarda un po’ tutti, laici e credenti. Una “vocazione minoritaria” resta, sul fronte etico e culturale, un potente antidoto alle tentazioni totalitarie, una spinta ad un continuo ripensamento sulle proprie certezze, una fida ininterrotta a farsi mettere in discussione. Penso all’area cattolica e alla saggia verità, spesso rimarcata dal cardinale Carlo Maria Martini, sulla comunità cristiana come “piccolo gregge”. Altro discorso vale quando dalla riflessione etica e culturale (o spirituale) si passa all’agire pratico, alla società, alla politica. In questo caso, si impongono ragionamenti più complessi: occorre fare i conti anche con l’organizzazione e con il consenso. Guai a creare cortocircuiti tra etica e politica, con un’etica che detta la sua “road map” alla politica, con i rischi del fanatismo e dell’integralismo spre in agguato. Ma non è neppure possibile concepire una politica disancorata dall’etica, se non vogliamo che tutto finisca in veline e tv, feste a Villa Certosa e “papi”. Il giusto mezzo va trovato, in una lunga e difficile mediazione, che ogni giorno, in ogni momento, si possa rivedere e rifare. Ma forse, in questo modo, siamo arrivati proprio al cuore profondo della democrazia, che tutti ci riguarda, e di cui nessuno può fare a meno.

22 giugno 2009 - a.g. - direttore@varesereport.it
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