Chiesa

Preti nella società. Parla il prevosto di Varese

Monsignor Gilberto Donnini

Monsignor Gilberto Donnini

Parte il “giubileo” voluto da Benedetto XVI come occasione per riscoprire identità e ruolo del sacerdote oggi, in concomitanza con il 150° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, protettore dei parroci. Un tema cruciale e molto caldo, quello del prete in una società che cambia vertiginosamente, e mette spesso in luce una forte crisi di vocazioni, con tutte le ricadute che ciò ha sulla vita delle comunità cristiane. Abbiamo parlato di questi problemi fondamentali con il prevosto di Varese, monsignor Gilberto Donnini.

Come tradurre in concreto l’anno che il pontefice dedica all’approfondimento del ministero, della figura e della missione del prete?

Credo che sia necessario riscoprire la fisionomia del prete oggi, al di là del suo compito, che resta immutato, di amministrare i sacramenti. Una necessità di riflessione legata al contesto mutato in cui il prete si trova a svolgere la sua missione.

In che senso è mutato il contesto in cui opera ogni giorno il prete?

Oggi il prete non ha più un ruolo preponderante come accadeva in passato. Non abbiamo più un prete “tuttofare”. E’ un dato di fatto, che può essere una preziosa occasione per ricordarci che la Chiesa non è fatta di soli preti e religiosi, ma hanno un ruolo fondamentale anche i laici, come ci insegna il Concilio Vaticano II. Certo, resta importante il ruolo di presiedere la comunità, ma in una comunità non c’è solo questo.

Un cambiamento della società che impone una riflessione approfondita, come auspica il papa?

Sì, si deve affrontare un ripensamento profondo, si deve affrontare il grande tema della crisi delle vocazioni al sacerdozio, una crisi che affonda le radici in ragioni diverse.

Prendiamo in considerazione quelle che appaiono le ragioni principali?

C’è senza dubbio, soprattutto da parte dei giovani, una grossa difficoltà ad accettare scelte di vita irrevocabili. Poi ci sono ragioni “sociologiche”: un tempo le famiglie erano più numerose e dunque erano più numerosi i candidati al sacerdote. Fondamentale anche la ragione culturale: se una cultura si basa quasi elusivamente sul valore del fare soldi, allora resta poco spazio per i valori che danno vero senso alla vita. Prima ancora di tutto ciò, però, non dimentichiamo che il sacerdozio è la risposta ad una chiamata che viene dall’alto. Ma se ci sono mille voci e rumori che ci assordano, diventa difficile riuscire ad udirla.

Quali le risposte a queste difficoltà?

E’ in corso una seria riflessione da parte della Chiesa locale. Ci sono le Comunità pastorali, che riuniscono più comunità sotto la guida di un unico parroco. C’è la sfida di valorizzare il ruolo dei laici accanto a quello di sacerdoti e religiosi. Ma resta centrale proprio la figura del prete.

In che senso resta centrale?

Anche in un momento così difficile come questo che stiamo vivendo, il prete è una figura che deve essere capace di dare speranza, che si alimenta dalla grazia. Per tanti anni si sono messe in primo piano faccende materiali, pur importanti, ma non prioritarie. Dobbiamo ridare centralità alla dimensione spirituale, ricordandoci che il prete è colui che sa mettere un pezzetto di eternità nelle nostre vite, che spesso sono così superficiali e distratte.

21 giugno 2009 - Andrea Giacometti - direttore@varesereport.it
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