Concerti

Ai Giardini il jazz di Franco Cerri rivisita i classici

Franco Cerri

Franco Cerri

Non ricordategli “l’uomo in ammollo”, perché le pubblicità si fanno per tentazione e perché si vuole conoscere un mondo insolito. A volte può essere uno sbaglio. D’altronde è come se ad un jazzista si chiedesse, oggigiorno, di vendere l’Omino Bianco o Moment. Anche se è giusto ammetterlo: un artista di fama come Franco Cerri, incapsulato nell’oblò di una lavatrice, era bello da vedersi. Come lo è Danilo Rea quando suona per promuovere una marca di parquet. D’altronde, Cerri con il suo sorriso avrebbe accontentato anche i produttori di dentifrici, infatti è un gentleman e non rinnega il suo passato. Piuttosto, rivendica la sua carriera di jazzista che tuttora non è finita. Anzi, sembra ritrovare di anno in anno – e questo accade dal lontano 1945 – una ragione in più per proseguire e rivisitare i classici a lui tanto cari. Lo farà anche al Teatro di Varese, il 24 giugno alle 21, affiancato da Alberto Guerrisi all’organo Hammond, Mattia Magatelli al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria. La stessa formazione con la quale, nel 2008, ha registrato “E venia da’ campi che di cerri sentian” pubblicato dalla Red Records. Un altro capitolo di questo chitarrista dal suono sincero, articolato ma semplice all’ascolto, ispirato dalla tradizione e da quel jazz che ha fatto scuola. La seconda guerra mondiale non era ancora terminata ma Franco rincorre il sogno di una chitarra e la ottiene grazie al padre Mario. Da lì prende il via il sodalizio con Gorni Kramer e il Quartetto Cetra. Poi nel 1949 affianca Django Reinhardt, che ammira e vorrebbe imitare. Tutti hanno un modello da inseguire, ma Cerri da subito elabora una sua via all’espressività musicale e si pone alla testa di formazioni che vedono il contributo di Gianluigi Trovesi e Tullio De Piscopo. E’ il mainsteam storico ma anche il be-bop sanguigno e garbato, quasi in punta di dita, che il musicista propone in una successione di elaborazioni con le quali rinnova l’approccio allo strumento. E dagli anni Settanta tutto cambia: la sei corde si rigenera con un’intensità che gli italiani ancora non conoscono. Il mito della musica sincopata di casa nostra trova in Cerri un paladino inconfondibile, misurato, in continuo equilibrio tra la tecnica e la maturità dell’interpretazione. Dieci anni dopo è con Enrico Intra per fondare i Civici Corsi di Jazz di Milano: i giovani lo ringraziano e i colleghi ne riconoscono la grandezza perché eretta su una serietà professionale che non ha mai accusato sbavature. Cerri è uomo d’altri tempi: rifiuta le mode ma accetta la sperimentazione musicale, a patto che non si contorca su se stessa e allontani il pubblico. Ciò che vuole, e in tutti questi anni non ha mai mancato di raggiungere, è l’obiettività e la correttezza nei confronti di chi lo segue. E allora “E venia da’ campi che di cerri sentian” è una testimonianza di magnificenza artistica dove “S.O.S.”, dedicato a Franco Donatoni (protagonista della ricerca colta del dopoguerra e un po’ più in là), si alterna a Brasil di Barroso, All the way di Van Hausen, But not for me di Gershwin. Si viaggia in un terreno che Franco conosce bene ma reinventa con l’esperienza di un colosso del jazz. Ascoltare It could happen to you di Van Hausen, Look for the Silver lining di Kern, The days orf wine and roses di Mancini e When the Saints go marchin’ in é una valida commistione di emozioni con le quali l’artista lega indissolubilmente il proprio passato al presente. Un omaggio alla bellezza di quella musica che ha rotto gli argini e si è fatta protagonista di alcuni fra i cambiamenti più interessanti del XX secolo. Grazie anche a Cerri, chitarrista di professione ma, soprattutto, per passione.

20 giugno 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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