Musica

L’irrequieto trombettista Paolo Fresu, dall’isola arcaica a musicalità che utilizzano l’elettronica

Paolo Fresu

Paolo Fresu

Per chi vede il sole al di là delle nuvole, il mare non separa ma avvicina. Anche per un artista come Paolo Fresu – di scena il 26 gennaio al Teatro Condominio con Stefano Benni per il reading “Leggende di mare e di cttà”– che nasce in Sardegna (non isola ma continente) e sogna l’Italia. Perché il sardo non è un dialetto ma una lingua. Perché la cultura e le tradizioni del suo popolo sono pane quotidiano. E perché negli anni Sessanta una radio – per alcuni – era ancora merce rara, ma lì si poteva scoprire Miles Davis. E Fresu si ritrova musicista in Italia ma anche in Francia, negli Stati Uniti, nel mondo. E dice: “La musica è il mio veicolo ed il resto è un giusto compendio alle cose. Se un giorno dovessi scrivere qualcosa potrei semplicemente raccontare la mia storia. Nasco da una famiglia umile, da una Sardegna dove non succedeva granché. Potrebbe nascere un libro …in cui mettere dentro anche tutti gli scritti…Magari, però, quando saremo più grandi!”. Paolo è ormai grande, grazie anche ai dischi realizzati per la Splasc(h) Records, etichetta indipendente varesina che al jazz ha regalato alcuni geni dei quali, tutt’oggi, si onorano o la memoria o i nuovi lavori. Poi si cresce, ci si avventura su nuove strade, si incontrano i primi amici (Attilio Zanchi, Roberto Cipelli, Ettore Fioravanti Tino Tracanna e Gianluigi Trovesi), si accarezza il pubblico con un suono che si destreggia tra Davis e Chet Baker. Fresu è essenziale ma sempre insoddisfatto: scrive colonne sonore (per Olmi, Albertazzi, Cabiddu, Landini, Orgnani e Santella, con la produzione di Nanni Moretti) e musiche per teatro. Si affianca ad attori, poeti e scrittori. Crea una continuità nel proprio lavoro spezzettandolo in una miriade di esperienze: acustiche ed elettriche. Fresu è seduto su uno sgabello, contorce le gambe, usa l’elettronica, sfida la chitarra del vietnamita Nguyen Le. Il suono è nenia, racconto o sinfonia. Si passa da Haendel a Monteverdi e Richard Strauss. Perché per Paolo tutto é conquista. Gli stessi ascoltatori devono trovarsi a loro agio con la lirica di una tromba o di un flicorno. L’isolano di Berchidda, dunque, è sempre sé stesso non una nota in più, né una in meno. Calcola anche le pause: “La mia seconda scuola è il secondo quintetto di Miles”.Ma in lui convivono la canzone italiana, quella bretone, il flamenco, l’Africa e l’India. Tutto è trasformazione irrequieta. E ci si rende conto che anche scrivere di F resu è una conquista: infinita.

19 giugno 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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