Gallarate

Shlomo Mintz, elegante virtuoso del violino che per fare musica è fuggito dal secolo dell’orrore

Shlomo Mintz

Shlomo Mintz

Storie di emigranti, come accadde a molti musicisti. Tanti ancora in pantaloni corti per fuggire dalle dittature. Altri, sotto i regimi di destra e sinistra, ci lasciarono la pelle. La loro musica verrà tacciata come maledetta e ginepraio di depravazione. In poche parole: ebrea, comunista. Shlomo Mintz – di scena il 27 marzo al Teatro Condominio – è nato nel 1957 a Mosca, ma fortunatamente la sua famiglia decise di raggiungere Israele due anni dopo. Shlomo poté studiare in libertà con Ilona Feher e a undici anni calcare il palcoscenico al fianco della Israel Philharmonic. Nel 1973 debuttava alla Carnegie Hall, e poi il salto nella scuola dove si gioca a tennis con le note lungo le pareti: la Juilliard School of Music. Un piccolo genio dall’aspetto cordiale e sereno, in grado di gestire l’arte con pignoleria ed il business con altrettanta attenzione. Mintz è elegante, ma affascina anche per le sembianze da manager del violino. Ci piace chi non disconosce il guadagno generato dalla musica. E chi, nonostante questo, vive la sua ingegnosità come un talento che può nutrire il prossimo. Mintz è uno fra i più grandi interpreti del XX secolo, stilisticamente ricercato, professionista del tocco, dal virtuosismo sufficientemente affilato per portarlo ai vertici del concertismo. Come un ammiraglio comanda la flotta. Sarà anche per la propensione a fare da guida agli altri, che Shlomo si dedica dall’età di diciotto anni alla direzione d’orchestra. Tanto impegno per leggersi sui maggiori quotidiani mondiali in occasione, soprattutto, della sua riscoperta di Wolfgang Amadeus Mozart: “Ogni cosa è classica con Shlomo Mintz” (sottolinea il Frankfurter Rundschau); “con queste performance Mintz mi ha portato esattamente dove volevo andare…suona così bene da togliere il fiato” (The Strad Magazine); “Mintz possiede il tocco ideale per Mozart: nobile e brillante” (Koelner Stadtanzeiger). Dunque Shlomo è un musicista che incarna ciò che aveva dichiarato poco tempo fa Salvatore Accardo: “Non è il violino che fa l’artista, ma il contrario. L’artista infonde il proprio suono caratterizzando lo strumento: è questo il segreto”. Ed è questo che Mintz trasmette al pubblico, anche quando passa alla viola. Ascoltatelo come un bambino ascolta le prime note: la sua immaginazione diverrà la vostra.

18 giugno 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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