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Mauro Pagani, ex Pfm. Nostalgico, ma non troppo

Mauro Pagani

Mauro Pagani

Anche la storia ha una sua memoria. Ne sa qualcosa Mauro Pagani – nelle librerie da aprile con il suo primo romanzo “Foto di gruppo con chitarrista” pubblicato da Rizzoli Editore, volume presentato domani sera alla Libreria del Corso, alle ore 21 – che si è messo alla macchina da scrivere per due anni nel tentativo di “toccare molti tasti, sentimentali e politici” con verve “profonda e visionaria”. Un libro che emana i sogni e le paure degli anni Settanta vissute, condivise ma mai dimenticate dallo stesso Pagani, nato nel 1946 a Chiari, in provincia di Brescia, ed eletto poco tempo dopo a profeta della nuova musica prima milanese e poi del mondo. E’ il Pagani della Premiata Forneria Marconi (ci suona per sette anni e, in occasione del tour in Giappone, è inserito con la band tra i primi 10 migliori musicisti a livello mondiale) e della svolta etnica – scelta artistica di contaminazione che si scaglia contro ogni calcolo da marketing discografico – al fianco di Fabrizio De André (con lui ci rimarrà 14 anni) in “Creuza de Ma” del 1984. Un capolavoro che David Byrne indica tra i dieci dischi più importanti di quel decennio in tutto il mondo. E’ il compositore, il paroliere, il produttore. Ed è il flautista che adora ancora Demetrio Stratos e gli Area, i King Crimson, i Weather Report e i Gentle Giant. E’ l’imprevedibile amico dei giovani, colti con sorpresa sul palco del concerto del Primo Maggio a Roma, due anni fa, per un omaggio al Re Cremisi di Robert Fripp e a Jimi Hendrix con Giovanni Sollima al violoncello. Pagani, quindi, propone un “romanzo senza troppe nostalgie, non per ricordare come eravamo, ma come avremmo potuto essere”. Un libro che, forse inconsciamente, legge questi nostri giorni di incertezze, entusiasmi, disillusioni, rabbia proprio come lo erano quelli di Sonny e Mauro, personaggi dell’avventura di Pagani. Insomma, sembra sia cambiato poco o nulla da quando gli “alternativi” lanciavano uova piene di vernice rossa in Piazza della Scala. Ma molto è cambiato da quel decennio – dal 1967 al 1977 – che Pagani considera come il più bello del Dopoguerra. Per la musica, si intende. Anche se del Pagani “PFM”, del virtuoso che fa a botte con le note, dell’inventore e del violinista guidato dalla continua sfida con l’improvvisazione, in questi ultimi anni – se non ad intermittenza – si è sentita una struggente malinconia. Le sue prove da solista non sono sempre state all’altezza della fama conquistata in passato, anche se nel 1991 il cd “Passa la bellezza” (con la stupenda “Domani, domani” in duo con De André) riceve il Premio Tenco come miglior album dell’anno. Poi lavora per il cinema, il teatro, i festival musicali, i cartelloni estivi e scrive “Domani 21.04.09” con Giuliano Sangiorgi e Jovanotti in memoria delle vittime del terremoto d’Abruzzo. Una canzone che vive dello stile di un autore che si nutre di cadenze e si esercita sull’eco di quei ritmi lenti che sembrano danze rituali africane. Pagani – che non è più quello di un tempo, anche se potrebbe esserlo – in fondo ci regala un’autobiografia nella quale sembra ci confessi che scrivere parole non è come scrivere note, anche se in entrambi i casi ci si stanca. E un poco di nostalgia nei confronti dei Settanta la prova. Eppure, a volte ci sono suoni che restano nascosti per sempre tra le corde del violino. Perché così dev’essere.

18 giugno 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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