Musica

Non tradire mai i propri ideali. Firmato Ivan Della Mea

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Ivan Della Mea

Non tradire mai i propri ideali. A costo di morire. Quanti artisti si dicono di sinistra solo per giochi opportunistici? Quanti ex sessantottini troviamo, oggi, alle cariche di potere delle televisioni e dei giornali “indipendenti e liberi”? Quanti, tra coloro che profetizzavano la rivoluzione proletaria, l’eguaglianza dei tutti, la riscossa dei poveri, da tempo hanno sostituito il rosso bandiera con il verde dei dollari? Ivan Della Mea – scomparso il 14 giugno a Milano a 69 anni – non è mai stato tra questi. Non l’ha voluto e non l’ha cercato. Su “Liberazione”, il 15 maggio scorso, dichiarava: “Credo sia molto importante combattere a fondo contro il berlusconismo, perché è trasversale, tocca tutti, sia a destra che a sinistra. C’è bisogno di politica vera, fatta per strada, che venga fuori dalle proprie stanze”. Ci sarebbe bisogno, in questa nostra epoca, degli ideali perduti. Alcuni sbagliati, alcuni giusti. Però vissuti con eguale impegno, credendo nel cambiamento e nella giustizia. Quella che Della Mea pungolò in uno fra i suoi brani più belli in dialetto milanese nella scia della tradizione delle canzoni di mala: “El me gatt”. Il proprietario di un gatto “rompe le ossa” alla vecchia megera incolpata dello scempio. Ma: “Se g’hoo de divv, o brava gent/de la Ninetta me frega niént/l’è la giustissia che me fa tort/Ninetta è viva, ma el gatt l’è mort”. Con Della Mea l’impegno politico entra direttamente nella musica. E lo fa nel 1962 quando, con Gianni Bosio, fonda il Nuovo Canzoniere Italiano. Non un gruppo musicale ma di ricerca musicologica, legata ai suoni popolari, alle radici della terra, al contatto diretto con il pubblico. Un laboratorio modulare dove cantautori e intellettuali di ogni sorta si ritrovano per “programmare” una lunga festa della cultura “dal basso” (anche con canzoni padane) con i “Canti e inni socialisti” e, poi, l’album “Ballata della piccola e grande violenza” di Ivan. Nel 1967, però, Della Mea lascia la formazione per dissenso “politico culturale” con Bosio. E scrive, ritornando ad uno fra i suoi lavori di gioventù: redattore al giornale “Stasera”. Operario in una fabbrica elettromeccanica, ma anche fattorino, Ivan nasce a Lucca nel 1950: a diciassette anni è già iscritto nel PCI. Copiosa la sua produzione, nel 1967 partecipa all’Encuentro internazionale sul canto di protesta a Cuba nel 1967. Compone sino al 1980, quando decide di prendersi una lunga pausa di riflessione. Però “Il Manifesto” vede i suoi interventi e due dischi che tendono un filo rosso tra passato e presente: “Ho male all’orologio”, del 1997, e “La cantagranda (forse walzer)” del 2000. Ad assorbire il suo impegno e la sua vocazione di osservatore della gente, con lo scrupolo di chiedersi perché certe cose debbano sempre andare storte senza alcuna speranza di poterle raddrizzare, è il ruolo di direttore dell’Istituto Ernesto De Martino, a Sesto Fiorentino. Un luogo adatto al suo spirito perché considerato uno fra gli enti più prestigiosi dell’antropologia musicale italiana.

16 giugno 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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Un commento a “Non tradire mai i propri ideali. Firmato Ivan Della Mea

  1. Adriano Gallina il 17 giugno 2009, ore 08:50

    Grazie a Davide, per gli articoli che ci sta regalando. Questo forse, per me, più prezioso di altri (che pure mi riguardano professionalmente).
    Avevo sì e no 5/6 anni (era il ’68) e – su un improbabile “Geloso” a nastro – ascoltavo Ivan e crescevo, anche con lui e con i suoi personaggi: quella “Nineta col nas svisser e gross” che ammazzava il “gatt” e veniva bastonata “sula gamba gioesta”; Gianni Bosio, che passeggiava “in via Gorizia, sura el Navili”; il pazzoide gruppettaro che “quand ‘riva il cald”, di notte, gira tutta Milano a scrivere sui muri slogan libertari; il padre fascista, ubriacone e violento di Ivan, raccontato in mille canzoni. Poi “Cara Moglie”…
    Ma soprattutto, in “Io so che un giorno”, quella sorta di O’ Brien orwelliano della manicomiologia (“un uomo bianco, vestito di bianco”), negli anni di Franco Basaglia, che insegna a Ivan che “la libertà più non esiste” e che anche il cervello si può vendere, si deve vendere: “e un posto avrai, in questa società”.
    Ci si rende conto dei mattoncini della propria crescita solo quando se ne vanno.

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