Gallarate

Musica come libera associazione di idee e note. Sul palco s’avanza il grande eclettico Uri Caine

Uri Caine

Uri Caine

Alcune volte, gli artisti pensano che la complessità sia sinonimo di creatività. E’ un tema sul quale si dibatte negli ambienti colti: c’è chi sposa la semplicità – in effetti un risultato che è dettato dalla conoscenza assoluta della composizione e delle sue regole matematiche- e chi, invece, assimila l’elaborazione al massimo livello alla capacità di comunicare con le note. Non sempre è vero. Uri Caine, il 18 aprile al Teatro Condominio di Gallarate, è un artista eclettico e poliedrico; un pensatore onesto e un collaudatore di nuovi suoni. L’ennesimo esempio – postmoderno ed estremizzato – di ciò che è musica oggi: un contenitore immenso dove è ormai ridicolo poter pensare di distinguere e separare la classica dal jazz e dal rock. Il suo ultimo cd porta il titolo di “The Otello Syndrome”, e rappresenta un passo ulteriore verso quella sperimentazione che Caine, nato a Philadelphia nel 1956, ha affinato nella sua carriera. E’ come se un frullatore impazzito – e questo accade in “Solitarie”, il lavoro del 2000 che presenterà a Gallarate – mischiasse Mozart a Bach, Mahler a Schumann e Wagner. Come dire: se potrà mai esistere una musica in grado di descrivere la nostra epoca, quella è la musica di tutti i tempi. Quindi, ci si potrebbe chiedere che c’azzecca la “Carica dei 101” con Beethoven o Bernstein. L’affascinante mondo dei suoni permette a Caine di estraniarsi dalla Storia per lasciare che le note si azzuffino, si rigenerino, si perdano per poi rientrare nello spazio che Uri circoscrive sulla tastiera del pianoforte. E’ una tecnica perfettamente umana: l’indecisione di scegliere porta alla selezione convulsiva del materiale. Da un concerto di Caine nessuno se n’è mai andato con le orecchie riposate. Sarà per il suo debito nei confronti di Glenn Gould, Oscar Peterson, Herbie Hancock e Cecil Taylor. E per gli studi in composizione al fianco di George Rochberg e George Crumb. Fatto sta, che questo inventore del pianoforte, non lascia spazio al silenzio: suona con Dave Douglas (talento del nuovo jazz), Sam Rivers, Bobby Watson e Don Byron, con il quale si addentra nella musica ebraica. In maniche di camicia, lo sguardo ironico e furbesco e le mani inarrestabili, Caine ci ricorda che la musica è un libro aperto da leggere liberamente. Nel suo caso aprendolo a caso e mischiando i capitoli in un mosaico di parole dove l’alfabeto fa il giro del mondo.

16 giugno 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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