Gallarate

Storia di Gino Paoli da Monfalcone, cantautore scomodo, che affida le sue poesie alle canzoni

Gino Paoli

Gino Paoli

Nel bene o nel male, per amore o per rabbia, per sofferenza o per inclinazione personale, Gino Paoli ha sempre fatto parlare di sé: le “Storie” le sa raccontare, ma spesso offre spunti interessanti perché le raccontino gli altri. E così ecco “fare notizia” quando si dimette dall’assemblea dei soci della Siae dopo l’elezione dei cinque consiglieri di amministrazione. In quell’occasione, aveva affermato:“E’ inaccettabile che non ci sia posto per una corrente che comprende Dalla, Guccini, Battiato, Vecchioni, Baccini, Barbarossa e molti nomi illustri”. E poi la denuncia per il brano “Il pettirosso” che, secondo alcuni, perdonava i pedofili. E Paoli, da Fazio dichiarava: “La mia canzone non parla né di perdono, né di giustificazioni nei confronti della pedofilia”. Chi avrà buon senso – le persone nelle quali crede l’autore – capirà il significato di quel brano, “di quelle non di buon senso – diceva – non me ne frega niente”. In ultimo “Storie”: dopo sette anni di riflessioni il primo cd con canzoni inedite per festeggiare i 50 anni di carriera. L’artista nato a Monfalcone è di nuovo protagonista della storia della musica italiana. Difende a spada tratta la scuola genovese e tutti i compagni di viaggio che stima e nei quali vede il valore dell’arte. In passato ci furono anche le donne e la disperazione di chi si sparò per farla finita: è così che Paoli arriva sino a noi con le pennellate lievi del romanzo e le tinte forti della tragedia. Senza dimenticare il racconto fantastico di un sognatore che sembra voler rinnegare la moderazione e premiare l’istinto. Perché vivere la vita significa conoscerne anche la bruttezza e assaggiarne i sapori amari. Eppure, le sue poesie in musica sembrano esorcizzare i drammi dell’abbandono, da “Sapore di sale” a “La gatta”. Il fatto che si presenti il 17 ottobre al Condominio di Gallarate non è cosa da poco, perché con il suo carattere ombroso e distaccato, fatto di un’arroganza che è dolore, arcigno quando gli altri non vanno a fondo nei messaggi che vuole trasmettere, Paoli incute timore. Quando canta, però, si diffonde dolcezza e preoccupazione, perché cantare leggeri, posando la voce sulle note, non sempre vuol dire dimenticare il peso del mondo. La fiaba può farsi parabola, l’allegoria un modo elegante per dire la verità. In “Storie” c’è il Paoli che sfida il suo essere “un bambino dai capelli bianchi che parla d’amore”. Ma anche di anarchia, di ricordi, di marcio benessere, di errori e paure. E, soprattutto, della cattiveria degli altri e di chi vorrebbe sempre dirci cosa fare o cosa pensare. “Storie”, così, rappresenta un urlo in sordina posto a difesa della libertà di tutti.

15 giugno 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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