Concerti

Il nuovo jazz di Luis Perdomo. Per lui il pianoforte non ha 88 tasti, ma 88 strumenti diversi

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Luis Perdomo

“Play it again Luis”. Nulla a che vedere con Casablanca, perché Luis Perdomo, di scena sabato 6 alle 21.30 alla “Locanda dei Mai Intees” di Azzate (via Monte Grappa 22), ingresso a euro 10, ama il Novecento e le molteplici sfumature con le quali questo secolo ha tradotto i sentimenti, le delusioni e i sogni di chi si affida al jazz per vivere spazi diversi. Un esempio di socializzazione sonora dove la musica non esprime solo sé stessa ma anche,e soprattutto, il bisogno di un pubblico che vuole evadere dalle costrizioni di un’epoca lancinante, sovraccarica di doveri e superficialità. Le pellicole – quelle che Luis immagina nella sua mente – le colora con la ricchezza tipica di Bill Evans, con l’energia di chi nasce a Caracas nel 1971 (dove inizia a suonare da professionista al Juan Sebastian Bar) per poi dirigersi verso la tradizione europea (Schoenberg e Stockhausen) e l’avanguardia di Taylor e Coleman. “Shine” – terza traccia del disco che presenterà sabato – è un capolavoro dove la sperimentazione – un ideale che si rimescola senza nuocere all’ascoltatore – si rigenera e la poesia evapora lentamente in una melodia che incanta, ipnotizza, rilassa. E’ una girandola cosmica di suoni che si avventura in una ricerca dove il pianoforte si impadronisce – e sottolinea con raffinatezza – la sua regalità tra gli strumenti di un trio jazz. Eppure la batteria di Eric McPherson ed il basso di Hans Glawischnig (presenti in questo ultimo, fantastico cd di Perdono, Pathways, prodotto dalla Criss Cross Jazz e distribuito dalla varesina Jazz Today Distribution) offrono un incalzare vibrante e farcito di swing. Certo, non l’incedere ovvio e paternalistico tipico di chi rivisita la tradizione, ma il ritmare di chi rinnova, rilegge, si sposta nei diversi campi della musica per dire che oggi si può ancora cambiare e ritrovarsi in una terra dove nessuno ha messo piede. Con semplicità, energia, cantabilità. Perdomo, con questa formazione definita “paritetica, multiculturale, aperta”, ci insegna ad ascoltare con il cuore e lo spirito. In Luis confluiscono le correnti del jazz più autentico e rivoluzionario – Errol Garner, Ahmad Jamal, Keith Jarrett, Brad Mehldau – e gli insegnamenti acquisiti da Sir Roland Hanna (che disse a Luis quanto fosse importante conoscere Scott Joplin ma anche Johann Sebastian Bach) e Martha Pestalozzi per quanto riguarda il pianoforte classico. In questa commistione di stili, Perdomo trova una sua dimensione dove il “pianoforte non è uno strumento con 88 tasti, ma 88 differenti strumenti”. E la melodia si fa lieve e solare, pungente nell’accelerazione di temi che molto devono al romanticismo per proporre “un disco pieno di vitalità, americano, cangiante ad ogni ascolto”. La storia del Jazz, quindi “rimanda a 1000 nomi, a tante esperienze, rimanendo autonomo ed essenziale”. I punti di riferimento, quindi, non sempre vanno a colpire i tasti per creare in Perdomo una mappa musicale mentale che organizza i suoni seguendo ciò che Franz Zappa definiva come “continuità concettuale”. Non si tratta di rottura o prevaricazione dell’ordine della Storia, ma di come la Storia si deve porre, oggi, all’interno di un jazz capace di ridisegnare i propri spazi senza cadere nel deja-vu scontato e furbesco. Allora, ascoltare Perdomo è un’esperienza inebriante, bella e indimenticabile.

2 giugno 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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