Concerti

A Gallarate Salvatore Accardo, grande maestro dell’archetto (e buona forchetta)

Salvatore Accardo

Salvatore Accardo

Un’intervista alla quale devo molto, è quella che proposi a Salvatore Accardo. Dopo un concerto mi invitò a cenare in un ristorante vecchio stile di Castellanza. Di fronte a Rocco Filippini (violoncello) e Mariana Sirbu (violino), il maestro mi disse “Prego: chieda, chieda pure!”. Non so ancora come riuscii a superare l’imbarazzo mentre Accardo – di scena sabato 16 maggio, alle 21, al Teatro Vittorio Gassman (biglietti disponibili al teatro del Popolo e al teatro Condominio; possibili le prenotazioni telefoniche allo 0331.784140) – pescava dai taglieri e degustava il “buon vino italiano”. Buona forchetta, è risaputo, tanto quanto la sua genialità all’archetto. La statura dell’uomo e dell’artista si presentò da subito: semplice, arguto, appassionato. Umile. Pronto a tradire con il sorriso partenopeo l’ingessatura del frac e ad abbandonarsi in risate liberatorie. Quella, lo si capì da subito, non doveva essere un’intervista ma una chiacchierata. E allora eccolo infiammarsi sul campo di calcio (“se dovessi smettere con quello andrei in fibrillazione”, aveva detto), per la grande tradizione tedesca (“Paganini? Certo, ma non dimentichiamo Beethoven, Schumann e Brahms”) ed il Quartetto Italiano, che “andavo ad ascoltare, da ragazzino, a Napoli”. E lui, che adora i grandi interpreti – Jascha Heifetz e David Ojstrakh, Sergiu Celibidache e Arturo Toscanini, Arturo Benedetti Michelangeli – ha modellato tra la muscolatura delle spalle e l’agilità delle dita un nuovo senso romantico del suonare. Nonostante adori Stravinskij, Prokofiev, Bartok e Shostakovich, Berg e Schoenberg, Berio, Sciarrino e Marco Stroppa, il Maestro è il nostro Paganini. Italiano che amoreggia con la musica, che crede nei giovani e che con i Capricci ci sa fare sino a tirare l’anima come corde di fuoco. Accardo appartiene a quella vecchia scuola che vuole preservare la sincerità dell’interprete e che non cede al mercato discografico. Certo dischi ne ha registrati ma, incalzava, le major (e non solo quelle) “hanno inciso troppo di tutto e troppo con tutti. La tecnica d’incisione, oggi, è troppo perfetta: anche un musicista mediocre potrebbe produrre un disco ben fatto. Bisognerebbe insistere, invece, sulle registrazioni dal vivo…dove non si può certo barare”. Quello era, ed è, Accardo. Artista-uomo pronto a scagliarsi contro le mode (“ci va sempre di mezzo la qualità”), a difendere l’unicità dell’interprete (“è il modo di far musica che ci rende diversi l’uno dall’altro”), ad esaltare Gidon Kremer e Nigel Kennedy ma “non troppo quegli enfat-prodige che sembrano essere sempre più numerosi: meglio essere cauti e fare attenzione”. Il “Diabolus in Musica” è tornato.

5 maggio 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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