Musica

Sartorelli: la Stagione musicale varesina un antidoto al GF

Fabio Sartorelli

Fabio Sartorelli

VARESE – Epoca di follie, la nostra. Soprattutto di piraterie del pensiero spacciate come logiche intellettuali. O simpatie popolari. Tutto, oggi, dipende dal mercato (sempre più presente) e dal coraggio (sempre troppo poco). E la musica ne risente perché – dichiara Fabio Sartorelli, direttore artistico della Stagione Musicale Comunale – “i grandi eventi non stanno sotto le cosce del Grande Fratello”. In sintesi, è insopportabile il fatto che a culi e seni si dia più spazio che a concerti di assoluto spessore. Ma tant’é.
Stanco del poco spazio che si dà alla musica classica?
“Dal 1974 Helmuth Rilling non concedeva un bis. Il 18 aprile, per il concerto di chiusura della Stagione varesina, lo ha fatto dopo quindici minuti di applausi e di fronte a novecento persone. Senza dubbio avrebbe meritato maggiore attenzione da parte della stampa e qualche spazio in più. Si è trattato di un avvenimento per l’intera città, ma forse è più comodo parlare degli amici degli amici. E poi non vorremmo togliere colonne al Grande Fratello…”.
La cultura non ha ancora dimostrato di potersi autofinanziare, ed in questi ultimi tempi ci si confronta sul concetto di impresa sociale nel campo della musica. Cosa ne pensa?
“Simili realtà, all’estero, non sono nuove: funzionano e sono state riconosciute dallo Stato, che le sovvenziona e le sponsorizza. A Varese è diverso perché mancano realtà territoriali – banche e imprese fanno ormai parte di gruppi multinazionali che hanno spostato il loro baricentro altrove – sul quale fare leva. Gli sponsor dovrebbero essere generosi, e invece ciò che si riesce a raccogliere non va al di là di una semplice mancia. Si sente la mancanza di un’economia del territorio e, a dire il vero, anche di una stampa che sia maggiormente attenta nei confronti della cultura. La sensibilità giornalistica sembra mancare: è un peccato!”
Momenti di crisi per tutti. Anche per i concertisti?
“Anche per loro. A dirlo sono gli stessi musicisti e le agenzie. Ma non penso che tutte le crisi siano negative: una regolata a certi livello era giusto darla. Ci sono cachet da rivedere e spese da limitare. Si segnalano notevoli difficoltà e ritardi nelle programmazioni, ma sto già lavorando alla prossima edizione della Stagione, quindi ce la caveremo”.
La rassegna comunale è un punto di riferimento per l’intera città. Forse l’unico, perché a volte si ha la sensazione che si organizzino concerti solo perché lo si deve fare. E la passione?
“La sensazione è questa, anche se non posso entrare nel merito. Ormai vivo a Varese ben poco, perché i 6/7 della settimana li passo tra Milano (dove mi divido tra l’Accademia del Teatro alla Scala e l’Università Bocconi con i Corsi di Management dello Spettacolo) ed il Conservatorio di Vicenza, con docenza in Storia della Musica sia nei corsi ordinamentali che in quelli accademici. A Varese ci torno perché ho casa e famiglia. E perché amo questa città e il suo pubblico”.
Considerata la frequenza dei Corsi di Management, le famiglie hanno fiducia nell’arte. E’ un atto di coraggio?
“Lo è perché dimostrano fiducia nel circuito culturale. Devo dire, però, che è impossibile sedare le passioni dei giovani nei confronti dell’arte e della musica. L’importante è trasmettere agli allievi che la bravura, da sola, non funziona. Ci vogliono determinazione, convinzione, abnegazione al lavoro. E poi i “cervelli fuggiranno” all’estero, come spesso accade”.
Di “cervelli”, a Varese, ne ha portati parecchi. Continuerà a farlo?
“Certo. Ovviamente cercherò di trovare sempre un accordo tra l’arte (il prestigio dell’interprete) ed un certo pragmatismo nelle scelte: la data “vuota” durante un tour italiano o la vicinanza ad altre tappe estere, in Svizzera o Francia. Il budget della Stagione non crescerà, ma il Comune di Varese si è reso ancora disponibile dimostrando un’apertura culturale che gli fa onore. E continuerò a cercare quegli artisti – poco presenti in Italia o, addirittura, sconosciuti – che suonano Mozart, Bach o Beethoven con uno sguardo al futuro. Insomma, trasformandola in musica dei nostri giorni”.
Parliamo di fenomeni: che ne pensa di Giovanni Allevi criticato da Uto Ughi per la sua musica e per il fatto che a lui è stato affidato il concerto al Senato?
“Avrei voluto invitare Allevi agli inizi della sua carriera, in tempi non sospetti, ma il programma suggerito – troppo “strong” – non era in linea con il nostro pubblico. Di lui ho un rispetto assoluto perché dentro di sé ha un mondo che può condividere con una grande porzione di mondo. Ovviamente i fenomeni devono essere conosciuti per poterli giudicare. Ed il marketing, nel caso di Allevi, è arrivato dopo la tecnica, la bravura e la preparazione. Il concerto in Senato è un’altra cosa: personalmente l’avrei affidato ad un’orchestra per ricordare Giacomo Puccini nel 150esimo anniversario della nascita. Chi ha scelto Allevi ha sbagliato”.
A Puccini la Rai ha dedicato una fiction di successo. L’ha vista?
“Dopo aver sentito per la seconda volta “Turandòt” pronunciata in francese e non con la “t” finale, ho spento. Però alla gente è piaciuta, e ciò che colpisce il cuore non va sottovalutato”.
Allora, la Stagione esiste e resiste?
“Già, perché avrò anche commesso molti errori durante questa mia esperienza, ma penso di aver dato alla città un’iniziativa seria che ha sputo raccogliere affetto e gratitudine da parte del pubblico e degli artisti. Insomma, non sono troppo rimproverato per ciò che faccio, e questo è fonte di piacere. Ma vorrei aggiungere dell’altro…”.
Prego…
“Auguro a Varesereport buona fortuna, perché le voci che si alzano dalla rete rimbalzano ormai con forza ed è importante, per chi viaggia, poter mantenere un filo diretto con la propria città”.

28 aprile 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
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