Chiesa

Ribelli per amore, le Suore che fecero la Resistenza

suore_011Se sta a cuore la Resistenza, che si celebra oggi, 25 aprile, non si può restare indifferenti di fronte alle iniziative che cercano di comprendere questo evento più in profondità, al di fuori di stereotipi e luoghi comuni. Non i tentativi di screditarla, ma quelli che puntano a capirla di più e meglio sono preziosi. Il dibattito organizzato, a Milano, dalla Fondazione culturale Ambrosianeum e dall’Azione cattolica ambrosiana, con il titolo “Le Suore e la Resistenza“, intendeva proprio indagare questo rapporto, finora ignorato e sottovalutato nell’ambito della lotta di liberazione nel nostro Paese. Quale il contributo portato dalle religiose in Italia? Certamente non indifferente, anche se non armato e non legato alle formazioni partigiane che combatterono in montagna, ma tuttavia decisivo per sconfiggere occupanti nazisti e fascisti repubblichini. Una vera e propria battaglia della carità che fu combattuta dalle religiose tra le mura dei conventi, nelle città occupate, tra perseguitati, ebrei, sfollati, orfani, prigionieri. Ricco di spunti, al convegno, l’intervento di Giorgio Vecchio, professore di Storia contemporanea all’Università di Parma. “Finora il ruolo delle suore nella Resistenza è stato ignorato. C’è la falsa convinzione che la Liberazione sia stata solo un evento militare. Si dimentica il contributo della lotta non armata, il boicottaggio, il sabotaggio, la stampa clandestina, il salvataggio dei perseguitati”. Tante le religiose attive in quel periodo, ma poche le testimonianze dirette e, soprattutto, come ha sottolineato Gianfranco Maris, presidente dell’Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti, un enorme vuoto storiografico da colmare. C’è stata Madre Imelda Ranucci delle Francescane dell’Immacolata di Palavano (Modena), che offrì rifugio a partigiani ebrei. E poi Madre Jole Zini, che a Villa Minozzo, vicino a Reggio Emilia, si offrì in ostaggio ai tedeschi per salvare un’intera popolazione. Tra le religiose che svolgevano assistenza ai carcerati, resta indimenticabile la figura di Suor Enrichetta Alfieri, chiamata dai detenuti politici “la mamma e l’angelo di San Vittore” e che l’anno prossimo potrebbe essere beatificata. C’è poi il caso delle Clarisse di San Quirico di Assisi, che si levarono il cibo dalla bocca per dare da mangiare a decine di perseguitati e, in Piemonte, l’esperienza di Suor Margherita Lazzari che, durante i rastrellamenti del 1944, creò un nascondiglio nel sottotetto di un santuario per i partigiani e i militari alleati, con un ingresso nascosto da un quadro di Santa Lucia. Suor Maria, monaca di clausura a Fontanigorda (Genova), si vestì da laica e si finse sposa di un partigiano che stava per essere ucciso dai nazisti. Per non parlare delle religiose che, nella capitale, salvarono più di quattromila ebrei grazie alla collaborazione di istituti di religiosi, parrocchie e della Santa Sede. Un contributo importante, che ha portato monsignor Giovanni Barbareschi, sacerdote della diocesi ambrosiana impegnato nella lotta di liberazione, a lanciare la proposta di intitolare una via dedicata alle “Suore della Resistenza” ovunque fosse presente un istituto di suore attivamente impegnato.

25 aprile 2009 - a.g. - a.giacometti@varesereport.it
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