Chiesa

L’impegno delle religiose all’ombra del Bernascone

Madre Lina Manni

Madre Lina Manni

Anche a Varese ci furono Suore schierate dalla parte delle vittime del nazifascismo, religiose che si opposero, con la forza della preghiera e dell’azione, alla violenza e alla ferocia della notte di Salò. Furono le Suore della Riparazione di via Luini. Furono le Ancelle di San Giuseppe, la congregazione fondata da monsignor Carlo Sonzini, che resero la Casa S. Giuseppe di via Griffi un luogo di carità cristiana e solidarietà umana, insperata e sicura ancora di salvezza per molti. Una vicenda eroica, che lo stesso Sonzini, al termine della guerra, affidò alle pagine del settimanale “Luce!”, nella rubrica “Storia…ebraica della Casa S. Giuseppe”. Spicca tra le altre la figura della prima Madre generale della congregazione, Madre Lina Manni, mantovana, coinvolta in prima persona nell’assistenza di famiglie ebree. Come nel caso della famiglia Balcone, arrestata e portata ai Miogni, quindi affidata alle Suore di via Griffi. Con il supporto delle religiose e grazie ad una roccambolesca azione di resistenti cattolici, il piccolo Gabriele, di 4 anni, viene prelevato e accompagnato al Circolo, dove il professor Ambrogio Tenconi finge di operarlo di appendicite. Da lì viene poi condotto in Brianza, dai parenti di don Natale Motta. Un’azione condotta a buon fine grazie al contributo decisivo delle Suore di Sonzini che forse già sapevano, come dice Schindler nel film di Spielberg, che chiunque salva una vita, salva il mondo intero.

25 aprile 2009 - a.g. - direttore@varesereport.it
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Un commento a “L’impegno delle religiose all’ombra del Bernascone

  1. Franco Giannantoni il 26 aprile 2009, ore 11:06

    Caro Direttore, leggere come ho fatto oggi Il suo meritorio servizio sulle religiose antifasciste mi ha riportato agli anni ’80 quando ebbi occasione di parlare a lungo con madre Lina Manni a proposito della repressione nazifascista. Il ricordo è vivissimo: madre Manni ripercorse quel tempo di furore e di morte con ricchezza di memoria. Mi parlò anche dei Balcone e del piccolo Gabriele e con don Natale Motta, sacerdote ingiustamente dimenticato, mi permise di mettermi in contatto con lo stesso Gabriele, fotografo a Melbourne e con la madre Edvige Epstein sopravvissuta ad Auschwitz. “Casa Famiglia” di via Griffi non fu solo in quegli anni trasformata parzialmente in luogo di detenzione per i nuclei familiari semiti dal momento che il carcere dei Miogni era stracolmo e ciò sotto la responsabilità personale per eventuali fenomeni di fuga di monsignor Sonzini (il sacerdote pagò alcune sue scelte sul “Luce!” con il deferimento al Tribunale Straordinario Speciale di Varese) ma funse da luogo di nascondimento di decine di ebrei in attesa di tentare il passaggio oltre confine. In questa società smemorata bene ha fatto a gettare luce su queste pagine di storia di coraggio ideale e di librtà. Buon lavoro e viva cordialità, Franco Giannantoni

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