Mendrisio

Vinicio Capossela, funambolo delle parole, in concerto all’Arena di Mendrisio

Vinicio Capossela

Vinicio Capossela

Forse se non ci fosse stato Francesco Guccini (che l’ha fatto conoscere ai più) Vinicio Capossela – di scena venerdì 24 all’Arena Live Pub di Mendrisio dalle 21.30 (biglietti a 25 euro) – sarebbe ugualmente uscito dal cilindro magico dei suoi mondi lontani, dove i santi “cantano” la loro illuminazione e la religione è rito. Capossela – che nel 2008 pubblica “Da Solo”, un reticolo di lucide riflessioni su ciò che ci circonda – è un artista dai bordi imperfetti. Scenico e lunatico, dagli inizi della sua carriera si è presentato al pubblico come parolaio impegnato a trasformare le frasi in giochi striscianti di assonanze ed immagini. La sua musicalità, vestita di invenzione straripante e metafisica, surreale sino al limite della coscienza, fatta di psicosi e rispetto, devozione e paure, rappresenta la genesi e la resurrezione. Capossela è, egli stesso, una maschera: della società, della vita o, addirittura, della morte e della sofferenza. Il sorriso, nell’esistenza umana, sembra una casualità. E’ per questo che la musica del cantautore, emiliano d’adozione, non si sottrae all’impegno di essere, nello stesso tempo, recitazione e teatro, prosa e satira. Denuncia e divertissement strampalato, avvincente, teatrale. Cosmico e impegnato in una sorta di insofferenza esistenziale che lo porta a pensare su tutto e tutti. Così a luglio, in provincia di Rovigo, Capossela riceverà il Premio Amnesty Italia – palma di miglior brano sui diritti umani pubblicato nell’anno precedente il premio – per la canzone “Lettere di soldati”. Ha dichiarato Capossela: «Dopo la Paura, ho voluto provare a mettere a fuoco l’impersonalità dell’uccidere. La gente che salta in aria da lontano, senza vedersi. E soprattutto il meccanismo della regola d’ingaggio. Il regolamento dell’uccidere. Lo stabilire quando è legale ammazzare. La freddezza della tecnologia delle armi. L’applicazione della chirurgia per cambiare i pezzi rotti, i crani, gli arti a chi salta in aria. L’ho fatto a mezzo di una canzone e di un battito del cuore, cercando di rendere oggettivamente la negazione dell’uomo, l’affidare la sua anima alle lettere. Le lettere, più vere di ogni retorica, che sono quelle che non arrivano a destinazione, nella grande Paura videodiffusa. Una canzone non è nulla confrontata a quanto fanno le persone che lavorano in organizzazioni come Amnesty International. Dunque ringrazio Amnesty International per il lavoro che svolge e per l’attenzione che ha dedicato al mio». Un lavoro che fa di Capossela un esploratore dell’anima, ispirato dalla mitologia statunitense (dove tutto si mescola), dagli umori della terra, dalle tradizioni degli uomini, dai respiri arcaici degli avi. E da un “circo delle stranezze” (come Vinicio definisce il suo ultimo live-show) nel quale ci si può ritrovare – per voglia o per destino – anche “da soli”.

23 aprile 2009 - Davide Ielmini - d.ielmini@varesereport.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi